Lariani all’estero, Paola Trevisan tra Bruxelles e l’Africa

Paola Trevisan si occupa di cooperazione internazionale e sviluppo per la Commissione europea

Il ruolo della comasca in Commissione europea per una risposta globale al Covid-19

Una voce da Bruxelles, dove stanno quei centri decisionali che conteranno sempre di più nel “dopo coronavirus”, e non solo per l’Europa. Paola Trevisan lavora in un dipartimento della Commissione europea che si occupa di sviluppo e relazioni internazionali. Ha lasciato Villa Guardia dopo gli studi per una carriera che l’ha portata in tutto il mondo. Diplomata al Liceo scientifico Terragni di Olgiate Comasco, si è laureata nel 2007 in Relazioni Internazionali all’Università Statale di Milano. Dopo aver completato la formazione accademica in Cina e in Spagna, ha costruito la sua carriera nell’ambito della politica estera europea e della cooperazione internazionale presso organizzazioni non governative (tra cui Amnesty International) e presso le Nazioni Unite, in particolare per l’Unicef e per l’Alto Commissariato per i rifugiati (Unhcr).
Ha operato in Cina, Colombia e Malawi e, dal 2016, lavora presso la Commissione Europea nel Direttorato generale della Cooperazione internazionale e dello Sviluppo. Segue l’Africa Orientale nel ruolo di “Responsabile Paese” per il Sudan. Parla inglese, spagnolo, francese e cinese.
«Prima che scoppiasse l’epidemia – racconta Paola Trevisan – mi trovavo in Africa dove sono rimasta diverso tempo, quando sono tornata a Bruxelles l’impatto con il lockdown è stato spaesante. Qui però l’emergenza non è mai stata ai livelli dell’Italia. È sempre stato possibile uscire, passeggiare nel quartiere, andare nei parchi; le attività all’aria aperta sono ammesse purché in numero limitato di persone o in gruppi familiari. Ora mi rendo conto, confrontandomi con i tanti amici italiani, che questo ha giovato enormemente per la salute, anche psichica».
Come ha vissuto l’emergenza il Belgio?
«Il primo weekend di lockdown c’era meno attenzione da parte della popolazione ma poi è seguito un rigido rispetto delle regole del distanziamento. Ho diversi contatti nel settore sanitario che mi hanno tenuta aggiornata. È difficile fare un paragone tra Paese e Paese perché la gestione della salute non è centralizzata a livello europeo, sicuramente le risposte sono state lente con limiti evidenti, per esempio nelle modalità di fornire le cifre del contagio, così diverse da Paese a Paese… quello che è certo è che in Belgio non c’è stato il collasso delle terapie intensive, sia perché hanno molti posti, sia per la minore gravità dei casi. La sanità in Belgio è un misto di pubblico e privato, c’è assistenza capillare con molti ambulatori sul territorio. Inoltre, pagando un’assicurazione privata di soli 7 euro al mese tutte le spese sanitarie sono coperte. Un altro fattore positivo è l’assistenza del medico generico. Quando, per esempio, il mio compagno ha avuto dubbi su possibili sintomi da Covid-19 il dottore ha fatto da filtro tenendo sempre sotto osservazione la situazione. L’assistenza domiciliare qui ha funzionato e ha fatto sì che non si creasse un effetto imbuto negli ospedali. Ad oggi, il medico può richiedere anche l’analisi sierologica. Ci sono stati invece, come in Italia, molti problemi nel reperimento dei dispositivi di protezione».
Quale immagine l’ha colpita di più?
«Tutte le sere, alle 20, si usciva sui balconi e con pentole, strumenti musicali, battimani si sosteneva chi stava in prima linea, soprattutto il personale medico. L’ho trovata una cosa bellissima soprattutto qui in Belgio, paese meno caloroso dell’Italia…».
Come è cambiato il suo lavoro in Commissione europea?
«C’è stato un enorme lavoro dei tecnici informatici nel creare piattaforme online basate in Africa e negli Stati Uniti. Credo che anche nella Ue si sia capita l’importanza dello smart working. Certo, non tutto si può fare online, nel mio lavoro il contatto umano è fondamentale, c’è l’aspetto delle relazioni diplomatiche, per non parlare dei risvolti nei contatti politici… i più delicati».
I progetti per l’Africa subiranno trasformazioni?
«C’è un grande lavoro per ri-orientare i budget verso la risposta al Covid-19 in collaborazione con tutti e 27 gli Stati membri, con progetti per allestire ospedali, portare i vaccini, assicurare la cura e attivare la prevenzione. In questo momento sto lavorando per avviare progetti in Sudan, in particolare per il sistema di welfare che non esiste e per l’accesso all’educazione. Non è da sottovalutare la grande esperienza che alcuni Paesi in Africa hanno acquisito nella lotta alle grandi epidemie come Ebola. Nel mio ultimo viaggio sono rimasta impressionata per i controlli già prima che la pandemia esplodesse: misurazione della temperatura, disinfezioni, lavaggio delle mani continuo. Il grande problema però è ora nel trattamento e nella cura. In Sudan si registrano 500 casi ma i sistemi di statistica non sono efficienti e c’è bisogno di appoggio per le strutture mediche. Noi europei dimentichiamo troppo spesso che le materie prime dei nostri cellulari e numerosi beni di prima necessità vengono dai mercati africani, se non aiutiamo ci si ritorcerà contro».
Lei ha vissuto a lungo in Cina, che idea si è fatta sulla gestione dell’epidemia?
«Da parte del governo ci sono stati molti errori, medici zittiti, sottovalutazioni della pericolosità del virus. Purtroppo gli interessi economici e politici sono preponderanti ma credo sia fondamentale capire che cosa, in Cina, sia davvero accaduto».

Articoli correlati

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.