L’armiere dal carcere: «Adesso è finita»

Dal Bassone – Prima notte insonne e niente cibo dopo il processo
Faccia scavata e occhiaie: le reazioni del 41enne che ha subito il verdetto
Alberto Arrighi ha 41 anni. Ma il suo volto e la sua espressione “dicono” altro. Molte più primavere di quelle anagrafiche. Rughe, faccia scavata. Occhiaie. È un uomo distrutto. Venerdì pomeriggio gli è caduto il mondo addosso. Forse ha capito solo quando ha sentito il giudice Maria Luisa Lo Gatto pronunciare la sentenza di colpevolezza a 30 anni per avere ucciso Giacomo Brambilla. Ha realizzato in un attimo l’immane gravità dei suoi gesti. E ha capito di avere perso davvero tutto. Il noto armiere ieri, tra le mura del carcere del Bassone, è apparso disperato mentre, al momento della lettura del verdetto, era rimasto impassibile. Ma con il passare delle ore in lui si sono fatti largo molti pensieri.

Tanti, intensi, confusi. Arrighi, nella migliore delle ipotesi, lascerà la cella del carcere – ora è al Bassone, ma presto potrebbe essere trasferito in un’altra struttura – quando avrà 71 anni. Forse qualche anno prima, per la cosiddetta “buona condotta” e i benefici acquisiti.
Ma sa che, ad esempio, troverà le due figlie già grandi. Donne mature, probabilmente con una famiglia.
Alberto Arrighi ha riflettuto senz’altro sul futuro della sua famiglia, più di ogni altra cosa, nella notte tra venerdì e ieri. La prima dopo la sentenza, la prima dei suoi 30 anni di reclusione. Ed è stato un vero incubo. Non è riuscito praticamente a chiudere occhio. Tensione, cattivi pensieri da respingere. Lo stomaco “chiuso”. Non è riuscito a mangiare nulla.
Chi lo ha visto ieri – 24 ore dopo il verdetto in aula – lo ha descritto come un uomo distrutto. Segnato nell’animo ma anche nel fisico. Viso tirato, naso sormontato dagli occhialini da vista che porta da qualche tempo.
In queste ore gli agenti della polizia penitenziaria del Bassone – ma è cosa sostanzialmente di routine di fronte a una condanna così pesante – lo guardano a vista, 24 ore su 24. In questi casi si deve scongiurare che il detenuto possa compiere gesti autolesionisti.
Al di là della prassi, il noto armiere però, da quanto è stato possibile ricostruire, non avrebbe ceduto alle lacrime. Né in aula, né dopo. Quando lo hanno portato via dal Tribunale di Como, con il furgone della polizia penitenziaria, si è preso la testa fra le mani. E ha ripetuto un verdetto di autocondanna: «È finita, è finita». Il fatto che il giudice, con la sentenza di condanna, gli abbia tolto anche la patria potestà delle due amatissime figlie, è stata una vera e propria mazzata. Forse ancora più forte degli anni di carcere, in parte già messi in conto.
Il suo legale, Ivan Colciago, gli è stato al fianco giorno dopo giorno. Lo ha aiutato anche psicologicamente nei momenti bui, è andato spesso a trovarlo. Ed è stato il primo che lui ha guardato in faccia dopo la lettura della condanna: occhi negli occhi per alcuni secondi. Entrambi impassibili.
Ma quel silenzio e quegli sguardi dicevano tutto. Un Arrighi disperato che sembrava quasi implorare una spiegazione al legale. Gli ha sussurrato un semplice: «Ciao, e grazie lo stesso». Colciago, che ha lavorato a questo caso per mesi, lo ha guardato diritto in volto. «Ci rivediamo presto e parleremo del futuro».
Il legale milanese, che ha anche uno studio a Como, puntava a una condanna meno pesante. Sperava nelle attenuanti generiche, che non sono però arrivate. Netto il pm Nalesso, netto il giudice Lo Gatto. Entrambi hanno riconosciuto la premeditazione del delitto. «Io rispetto questo verdetto e lo accetto – spiegherà Colciago qualche ora dopo – Massima considerazione di chi lo ha chiesto e di chi lo ha emesso. Ma…».
Già, c’è un ma. Un “tarlo” che il difensore di Arrighi vuole cercare di cancellare. «Ritengo di aver fatto un ottimo lavoro di difesa – commenta – e per questo farò ricorso in Appello. A mio giudizio la premeditazione è del tutto esclusa. Ci credo perchè non ho un elemento che dica il contrario, anche se la Procura resta convinta di questo».
L’avvocato ha parlato al telefono anche con Daniela, la moglie dell’armiere. La donna lo ha ringraziato per quello che ha fatto, per essersi battuto in aula in punta di diritto.
«Ribadisco, ho fatto il massimo – aggiunge ancora Colciago – anche se questo massimo non è servito a molto».
Presto tornerà a trovare Arrighi al Bassone. Ci sarà anche la moglie dell’armiere Daniela, poi le due bambine.
Alberto Arrighi ha chiesto perdono a tutti per il suo gesto terribile. «Ho distrutto tutto», ha ribadito al suo avvocato.

Nella foto:
Il viso scavato di Alberto Arrighi al suo arrivo a palazzo di giustizia. L’armiere, venerdì, è stato condannato a 30 anni di carcere

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