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L’arte di Metlicovitz brilla a Ponte Lambro

Il Comune rende omaggio all’artista con una nuova pubblicazioneNello spirito di rinnovamento e creatività della Belle Epoque, il manifesto, fino ad allora strumento di divulgazione e comunicazione fondato sulla scrittura, venne acquistando una fisionomia propria attraverso la preponderanza dell’immagine. Tra gli artisti della cartellonistica, sulle pagine del Corriere della Sera del 23 febbraio 1914, Arturo Carlo Quintavalle annoverava «? i Marcello Dudovich, Leopoldo Metlicovitz, Adolfo Hohenstein, Duilio Cambelotti, Aleardo Terzi, Galileo Chini, Umberto Boccioni e il grandissimo Leonetto Cappiello», destinati «a cambiare l’immagine di strada in Italia e fuori (?) rivoluzionando grafica e colori».

Dei nuovi percorsi espressivi aperti dall’immagine-illustrazione del prodotto industriale fu protagonista una delle figure di primo piano della nuova arte, Leopoldo Metlicovitz, al quale adesso il Comune di Ponte Lambro rende omaggio con il volume Metlicovitz a Ponte Lambro, curato dal critico letterario e scrittore Fulvio Panzeri.

Il libro è un’ulteriore tappa del cammino di riscoperta intrapreso da tempo nel piccolo centro dell’Erbese, dove il pittore, illustratore e scenografo, dopo frequenti soggiorni, si stabilì definitivamente dal 1915 fino alla morte, avvenuta nel 1944.Nato a Trieste nel 1868, Metlicovitz, giovane aiuto litografo, si trasferì presto a Milano, divenendo nel 1892 direttore del reparto tecnico delle Officine Grafiche Ricordi. Suo è il marchio tuttora celebre di Fernet Branca, con l’aquila che tiene il mondo fra gli artigli, e suo fu anche il manifesto per l’Esposizione Internazionale di Milano del 1906, l’Expo di allora, tutto intriso dello spirito dei tempi, con un Mercurio simbolo di progresso alla guida di una locomotiva in uscita dalla Galleria del Sempione, appena realizzata.Ma, come nota acutamente la critica d’arte Elena Pontiggia (figlia del poeta erbese Giampiero Neri) nelle prime pagine del volume, «quello che interessa a Metlicovitz ? non sono le cose, ma la figura. Non è l’oggetto, ma l’uomo».Un uomo, spiega la studiosa, ancora lontano dalla sua immagine edulcorata dominante nella pubblicità contemporanea e che scaturisce con il suo vissuto dal linguaggio artistico della pittura: la figura umana appare infatti al centro della scena, monumentale, frutto di sapienti equilibri compositivi fra pieni e vuoti, colori e luce, stili decorativi eclettici, e sempre ottenuta dal modello in posa, come nella tradizione pittorica.Tale riproduzione delle figure dal vero era ottenuta anche con la mediazione della fotografia, a cui Metlicovitz si dedicò nei lunghi anni trascorsi a Ponte Lambro.Nel paese brianzolo l’artista tornò a dedicarsi interamente alla pittura, che costituì quindi, sottolinea Elena Pontiggia «non un repertorio surrettizio (?) ma un amore profondo, costante», anche se, aggiunge la studiosa, «i suoi veri dipinti, senza nulla togliere ai suoi quadri, restano i manifesti».Una vera e propria galleria d’arte è infatti quella che si presenta sfogliando il volume pubblicato a Ponte Lambro, ricco di accurate riproduzioni dei cartelloni del maestro, che hanno il denominatore comune di un’implicita e raffinata piacevolezza: dalla ridente fanciulla in rosso del Calzaturificio di Varese ai personaggi a tutto tondo e alle decorazioni finissime dei manifesti operistici, dai contadini al lavoro delle Assicurazioni Aurora ai nudi michelangioleschi e alle sensuali figure femminili dei cartelloni dipinti in Sud America, mentre sembra anticipare un gusto ironico e più moderno l’omino con la scala della fabbrica di colori Huber.Sono riprodotti alcuni manifesti legati al territorio lariano: tra di essi una raffigurazione turistica del lago di Como e dei suoi monti, raffigurati intorno alla dinamica scia di un battello a vapore, e il cartellone per la rappresentazione della Passione di Cristo al Teatro Licinium di Erba, nel 1927, in cui campeggia la figura di un Cristo dolente stagliato sullo sfondo nero del monte Calvario e delle tre croci.«Pittore dimenticato a Ponte Lambro», Metlicovitz ha lasciato nel paese una tela raffigurante Cristo nella Chiesa Parrocchiale, due ritratti – di Arrigo Boito e Giuseppe Verdi – nella sede della Banda locale, un dipinto rappresentante la Madonna della Neve nell’Istituto La Nostra Famiglia e una Madonna nella Tempesta di una collezione privata. Nella casa dell’artista sono state ritrovate centinaia di foto da lui scattate, cartoline, corrispondenze e documenti.

Giuliana Panzeri

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