L’artigiano che si è ribellato: «Mi minacciarono di morte. Poi bruciò tutto»
Cronaca

L’artigiano che si è ribellato: «Mi minacciarono di morte. Poi bruciò tutto»

Ilda Bocassini

«Ho visto i miei figli piangere terrorizzati. Ancora oggi quello di 12 anni dorme con la madre. Bruciava tutto e nel fuoco io vedevo il volto di chi mi stava facendo del male». A parlare è un carrozziere dell’Olgiatese, vittima – ritiene la Procura – di minacce ed estorsioni che nell’estate del 2014 (era il 7 agosto) lo portarono a salire in macchina con il proprio avvocato, Roberto Rallo, per andare a bussare alla porta dell’Antimafia a Milano.

Il suo comportamento era stato elogiato pubblicamente dalla stessa Ilda Boccassini e dalla collega Alessandra Dolci, che grazie a quei racconti avevano dato il via a una indagine che aveva poi portato a 28 arresti, tra cui anche quelli di presunti affiliati e capi del clan Muscatello di Mariano Comense. Su Como è poi tornata la parte del fascicolo che riguardava le intimidazioni e le pressioni che portarono l’artigiano a consegnare una parte della propria attività nelle mani di quelli che sono gli imputati del processo e che in precedenza si erano avvicinati come soci.

«In un primo momento le cose andavano bene – ha raccontato ai giudici – I soldi “volavano” all’apparenza. Poi però nelle casse non rimaneva niente e i debiti crescevano. Ho visto anche un cliente allontanarsi senza pagare e chiesi conto del perché. Mi risposero di fare gli affari miei. Poi scoprii che quell’uomo era stato condannato per omicidio». Quando la situazione precipita, l’artigiano decide di chiudere: «Mi dissero che se avessi chiuso mi avrebbero spezzato le gambe. Fare denuncia? Vidi quelle persone picchiare un uomo delle forze dell’ordine e non avere conseguenze. Io avevo tre figli piccoli».

La vittima cerca allora di rescindere il contratto d’affitto per inadempienze. «Il 12 aprile 2012 era fissato l’incontro di mediazione in tribunale a Como e non si presentò nessuno. Il 14 maggio 2012 andò a fuoco nella notte la mia carrozzeria». «Mio figlio ancora oggi dorme con la madre per la paura di quella notte – ha ricordato l’artigiano in lacrime – Sentii degli scoppi, pensai a un incidente. Aprii la finestra e vidi che bruciava tutto». Nel frattempo i carabinieri di Saronno arrestano (per altri motivi) uno dei presunti coinvolti nella vicenda. Il carrozziere trova il coraggio di andare anche lui a suonare alla porta della caserma. «Raccontai quello che mi stava accadendo ma non firmai la denuncia, non avevo il coraggio».

La segnalazione arriva comunque sul tavolo di un pm, inviata dai carabinieri. Finché, nell’agosto del 2014, l’artigiano trova anche la forza di andare a Milano a raccontare tutto all’Antimafia. «Ho dato fiducia a persone sbagliate. Mi sono messo in trappola da solo», è l’esordio. Le sue parole – ricordate ieri – sono l’abbrivio per una inchiesta contro la ’ndrangheta che sconvolgerà il Lario. A Como sono invece rimaste (a processo) le intimidazioni attribuite a imputati non ritenuti organici alla malavita organizzata. Si torna in aula in febbraio, quando anche gli accusati avranno modo di raccontare la loro verità al Collegio.

20 gennaio 2017

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