L’artista che pregava con la scultura. Il tributo di Como a Eli Riva

L'artista comasco Eli Riva

Un mistico che scolpiva pregando a mani giunte (modulo stilistico ricorrente nei lavori più maturi). Che lavorava sodo e sempre solo, dalla materia grezza all’opera finita, infaticabile e incontentabile, senza mai demandare ad altri il percorso creativo, neanche per gli abbozzi, anche a costo della salute.
Uno scultore che si riteneva erede dei Magistri Cumacini, e ha maturato la propria cifra stilistica nel corso di una intera vita, attraversando epoche e stili sempre mantenendo una propria originalità e onestà intellettuale di fondo.
Un percorso cronologico (1950-2000) e tematico al tempo stesso rende omaggio fino al 28 maggio nel fulcro del sistema espositivo pubblico comasco, Villa Olmo, all’arte di Eli Riva, a otto anni dalla scomparsa.
Un atto d’amore della moglie Enza e della figlia Giovanna, responsabili dell’associazione intitolata al maestro che organizza l’evento, e ne tutela memoria e archivio.
Scultore sempre, anche nel minimo segno, fu Riva. Abile cesellatore all’inizio (allievo della scuola serale della sua Rovenna, sostenuta da un notaio, Carlo Mira) come alla fine (con quelle splendide foglie che vibrano, di fronte a uno splendido cavallo in corsa che chiude la mostra nel salone centrale).
Un atto d’amore fin nei dettagli: i supporti metallici che reggono le sculture riprendono filologicamente le panche metalliche che Riva ideò per l’ex chiesa di San Pietro in Atrio a Como dove si tenne la sua importante antologica nel 1991 e che tuttora vi sono presenti e funzionali. Da non perdere la ricostruzione del percorso creativo del portale della chiesa di Chiasso e il Cristo Pantocratore che dialoga con le due teste unite, simboli d’amore, nella seconda sala.
C’è tanta arte sacra (e c’è da domandarsi se non sia tutta sacra l’arte a questi livelli), in questa mostra che apre nella settimana santa ed è uno dei biglietti da visita di Como per Expo: arte sacra moderna, coraggiosa, che scava la materia in profondità per ricavarne l’essenza spirituale senza alcuna concessione alla retorica, alla forma fine a se stessa.
Arte che preferisce indagare i grandi perchè dell’uomo, piuttosto che la propria natura. La mostra, introdotta simbolicamente da dipinti che salutano il visitatore con la figura del camice dell’artista, come detto ha un percorso cronologico in sei sale, che ne documenta sinteticamente le fasi. Si va dalla figurazione all’astrazione più seriale dell’ultima fase, dalle prime prove a cesello al passaggio alla pietra scolpita “a taglio diretto” nella materia, da esperimenti di forme più morbide alla Herny Moore, al dialogo con i “vuoti”, le panchine per il progetto mai realizzato di piazza Cavour, fino all’esperienza astratta del ’56 (le “Piastre”: lastre di beola o di granito imbullonate), alle poetiche “Arfalle”, vere preghiere scolpite, alle sculture capaci di incarnare idee come la tensione delle “Fionde”, la plasticità tridimensionale delle “Case degli angeli”. “Arte non come spettacolo, ma generatrice di emozioni” intitola il suo saggio in catalogo Luciano Caramel. Da sottoscrivere senza alcun dubbio.

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