Cronaca

LASCIAMO LE ILLUSIONI FUORI DALLA PORTA

LE DUE POSSIBILITÀ PER RILANCIARE LA ZONA
Un concorso di idee della Regione per rivedere completamente la fascia a lago, impianto sportivo compreso. I costruttori comaschi più che interessati a inserirsi nell’operazione. Una catena di grande distribuzione pronta a rivoluzionare il Sinigaglia con negozi e parcheggi.
All’improvviso la zona stadio sembra interessare tutti.
Dopo anni di annunci e promesse inutili la sensazione è che, adesso, i tempi possano essere maturi per vedere realizzato qualcosa di concreto in un’area splendida, da troppo tempo abbandonata a se stessa. Prudenza, per carità: troppe parole al vento hanno portato a quel mondo reale che oggi è sotto gli occhi di tutti.
Uno dei punti più pregiati di Como (con buona pace del muro delle polemiche, ormai in discarica) vede una passeggiata di Villa Olmo lasciata cadere a pezzi, una situazione di asfalti e marciapiedi a dir poco imbarazzante, uno stadio unico al mondo per collocazione, gioiello del Razionalismo, trasformato in una sorta di Frankenstein architettonico per andare incontro alle esigenze del calcio moderno.
E poi, ancora, un’altra icona del genio comasco come il Monumento ai Caduti lasciata in balìa dei vandali. E giardini a lago degni di una periferia degradata.
Non solo: ogni quindici giorni, quando gli azzurri giocano in casa, tutto il blocco intorno al Sinigaglia (che ci siano zero, dieci, cento o mille tifosi avversari) si trasforma in una zona di guerra.
Paradossale, tanto da non essere credibile agli occhi di chi vive lontano dal Lario.
Immaginate ad esempio di essere un francese, un australiano oppure ancora un tedesco. E di sentirvi raccontare che, a Como, la zona più bella davanti al lago è ridotta in questo modo. Sì, proprio Como, quella dei grandi alberghi, delle ville da sogno, di Clooney e dei set hollywoodiani. Pensereste, sicuramente, a un’enorme balla, a uno scherzo, o tutt’al più a un’esagerazione, una fanfaronata.
Invece, è la realtà pura e semplice. Nuda e cruda.
Tutto ciò premesso, e rimanendo con i piedi ben piantati per terra, oggi la città (e dunque la nostra amministrazione) è chiamata a una scelta.
Prima ipotesi: puntare sull’idea del Collegio Edile, con una riqualificazione dello stadio e, più in generale, dell’intera area razionalista, tenendo conto non solo del Calcio Como, ma dell’aspetto turistico e delle altre società sportive che potrebbero sfruttare l’impianto.
In questo modo, sarebbe probabilmente necessario pensare a una struttura per gli azzurri altrove.
Seconda ipotesi: convergere sullo studio del Calcio Como, che prevede l’arrivo al Sinigaglia di un colosso della grande distribuzione, con negozi e un autosilo sotterraneo all’interno dell’impianto, lasciando però alla società lo sfruttamento esclusivo dello stadio.
Entrambe le soluzioni hanno un merito: far rinascere un quartiere strategico, troppo a lungo lasciato ai margini dello sviluppo cittadino. Una decisione difficile, legata sostanzialmente alla scelta di costruire o meno un altro stadio moderno fuori città, vista l’anacronistica posizione dell’attuale (soprattutto in virtù delle esigenze del football professionistico).
La filosofia di fondo, però, non può più essere, arrivati a questo punto di abbandono, l’unico elemento discriminante. Anche il fattore soldi deve essere tenuto in debita considerazione. Tempi certi e coperture finanziarie adeguate devono essere la precondizione di qualunque progetto. Un lavoro bellissimo sulla carta, ma destinato a rimanere tale perché soffocato dalla burocrazia e dalla mancanza di denaro, rappresenterebbe soltanto l’ennesima beffa. Può sembrare una considerazione ovvia. E triste, perché pensare in grande dovrebbe essere una scelta naturale in un contesto del genere. Ma in una città come la nostra, dove la concretezza spesso fa rima con utopia, dobbiamo puntare innanzitutto al realismo. Con, sia chiaro, una garanzia di fondo: non si può prescindere dalla qualità. Piccolo o grande che sia, dovrà essere un intervento eccellente. Lo impone la storia di quei luoghi.
mrapisarda@corrierecomo.it

MARIO RAPISARDA

7 marzo 2010

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