Lavoro e Coronavirus. L’infettivologo: «I frontalieri non sono un problema»

Dogana frontiera Como Chiasso

Il sito di informazione ticinonline.ch è tornato ieri sul binomio frontalieri – Coronavirus, confermando che alcune aziende hanno chiesto a tutti i dipendenti frontalieri di evitare di presentarsi sul luogo di lavoro e fare trascorrere il possibile periodo di incubazione di 15 giorni. Tra queste realtà, anche la Rsi, Radiotelevisione svizzera italiana, che ha stabilito lo smartworking per frontalieri e tutti i dipendenti che negli ultimi giorni abbiano soggiornato in Italia. Lo aveva comunicato la stessa emittente pubblica in una nota. Le limitazioni saranno in vigore fino al 15 marzo per dipendenti e tutti i collaboratori «che hanno soggiornato o che abitano nelle zone definite a rischio dall’Ufficio federale della Sanità pubblica», si legge nella nota, in cui la Rsi «per contribuire a evitare l’espansione del contagio» annuncia anche di aver cancellato una serie di eventi pubblici già programmati al Cinema Forum di Bellinzona e allo Studio 2 di Besso, dove lunedì prossimo era previsto un showcase di Piero Pelù e sabato 14 di Sam Lewis. Annullate fino a domenica 15 marzo le visite agli studi di Besso e di Comano.
Sul tema frontalieri interviene però, proprio su tio.ch, Massimo Galli, primario infettivologo dell’ospedale Sacco di Milano. «Guardate, i frontalieri non sono un problema: hanno meno probabilità di aver avuto contatti con la zona rossa di quante ne abbia avute io – commenta – La nostra preoccupazione riguardava l’area metropolitana di Milano perché era quella dove molti dei residenti di Codogno si spostavano quotidianamente. Stando alle tante macchine targate “TI” che vedo in città e pensando agli interessi di chi vive nelle zone vicine al confine, credo che le possibilità di contagio di una persona che vive a Como siano le medesime di quelle di una che vive a Lugano».

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