Lavoro in Svizzera, non è tutto oro quello che luccica

alt Sempre più frequente l’utilizzo di falsi contratti-stage. Il versamento dei salari nella moneta europea viene utilizzato per aggirare una corretta retribuzione
La denuncia del sindacato: «Gli stipendi inferiori a 1.600 euro non sono più occasionali»
Finti part-time, retribuzioni sotto i mille euro, professionisti assunti come stagisti. L’equivalenza “lavoro in Svizzera uguale salario da nababbo e condizioni ideali” sembra vacillare. I frontalieri che ottengono un’occupazione oltreconfine non in tutti i casi trovano l’Eldorado e anche gli italiani che prestano servizio nella Confederazione Elvetica rischiano di avere vita difficile. Il quadro emerge da un’indagine presentata ieri dall’Ocst, l’Organizzazione cristiano-sociale ticinese

, che ha effettuato una ricerca, corredata da numerose testimonianze, sul «degrado che sta contagiando il mercato del lavoro anche in Canton Ticino». I sindacalisti elvetici hanno riportato nello studio il racconto di lavoratori frontalieri che prestano servizio in condizioni tutt’altro che idilliache.
C’è, solo per fare qualche esempio, il caso di un dipendente di un call center pagato con un tasso di cambio sfavorevole o quello di una parrucchiera pagata meno di mille euro pur lavorando a tempo pieno.
O anche quello di un giovane architetto assunto come stagista pur lavorando a tutti gli effetti.
«Le forme che va assumendo la degenerazione delle condizioni di lavoro sono molteplici e in continua evoluzione – denuncia l’Ocst – L’aspetto maggiormente palpabile è quello delle pressioni e delle speculazioni sui salari. Retribuzioni inferiori a 2mila franchi, circa 1.600 euro, non sono più occasionali. Persino nei rami impiegatizi e tra il personale qualificato sono rintracciabili salari che sono ben lontani dal normale fabbisogno di chi vive in Ticino. Il versamento dei salari in euro poi è talvolta utilizzato per aggirare una corretta retribuzione del lavoro. Alcune ditte procedono a convertire in euro il salario in franchi utilizzando tassi di cambio sfavorevoli al dipendente».
Il sindacato non punta il dito contro i frontalieri, ma denuncia piuttosto un degrado generale del mercato del lavoro che colpisce tutti indistintamente, svizzeri e stranieri.
«Il mercato del lavoro è sempre meno sano – è quanto emerge dal rapporto dell’Ocst – soprattutto a causa dell’uso distorto della libera circolazione e della flessibilità».
A farne le spese, in base a quanto emerge dalla ricerca presentata ieri, non sono solo i ticinesi, spesso penalizzati dal crescente numero di lavoratori stranieri, dai dipendenti agli autonomi, ma gli stessi frontalieri che, pur di lavorare in tempo di crisi, accettano condizioni di lavoro migliori rispetto a quelle offerte dall’Italia, ma nettamente inferiori agli standard svizzeri.
Il rapporto include anche i risultati di alcune indagini effettuate dall’ispettorato del lavoro. Secondo quanto emerge dalle inchieste, un frontaliere su tre, nel settore degli impiegati di commercio nelle fiduciarie, guadagna meno del minimo salariale. Stipendio inferiore alla soglia minima anche per il 30% degli informatici frontalieri assunti negli ultimi due anni. Situazione identica infine per il 18% degli architetti e degli ingegneri frontalieri.
Fotografata la situazione, il sindacato ticinese indica anche una serie di contromisure che dovrebbero essere adottate in tempi brevi. «Il degrado che sta contagiando il mercato del lavoro impone che si metta mano a una intensificata e capillare regolazione dei suoi meccanismi di funzionamento», si legge nel documento dell’Ocst. Tre le direttive essenziali sulle quali, secondo i sindacalisti, occorre agire. «Innanzitutto è necessaria un’assunzione di responsabilità delle imprese e delle loro associazioni nel tutelare l’occupazione e le condizioni di lavoro, valorizzando in particolare lo strumento del contratto collettivo di lavoro e le comunità contrattuali».
L’organizzazione chiede poi «il rafforzamento e l’applicazione rigorosa delle misure di accompagnamento previste dalle normative».
«È necessario – conclude l’analisi – procedere con salari minimi nelle aree non raggiunte dai contratti collettivi».

Anna Campaniello

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