L’avventura di Jacopo Cerutti alla Dakar 2020. Il racconto del pilota comasco

Cerutti Jacopo Dakar 2020

Jacopo Cerutti è tornato dalla Dakar 2020. Il comasco nella corsa disputata in Arabia Saudita ha terminato al 22° posto assoluto e secondo fra gli italiani. Il pilota lariano ha scritto le sue riflessioni post gara. Ecco il testo integrale del suo messaggio.

Eccomi qui, come ogni anno a raccontare la mia avventura alla Dakar.

Ci sono sempre mille storie dietro ad una gara come questa e ricordarle e raccontarle tutte non è facile, ma ci provo!

Dopo la comunicazione dell’Arabia Saudita come paese ospitante per il 2020 devo dire che ero piuttosto scettico nonostante il fatto di visitare un posto completamente nuovo mi attirasse molto. Le enormi differenze culturali, il clima rigido d’inverno e il fatto di restare in un solo paese infatti mi sconcertavano un po’.

Partenza da casa il primo gennaio, nemmeno il tempo di fare un brindisi per Capodanno che siamo già a Jeddah, dove il brindisi viene fatto al massimo con la birra analcolica visti i divieti categorici di consumare alcool! La città è molto moderna e si sta espandendo a dismisura. Grazie al petrolio infatti l’ultimo problema che hanno loro sono i soldi…

Le verifiche amministrative e tecniche si svolgono allo stadio dove hanno da poco giocato la supercoppa italiana di calcio e filano via più velocemente del solito per fortuna. La mia Husqvarna del Team Solarys è super pronta, nuova di pacca e appena rodata. Aspetta solo di ricevere manciate di gas nei deserti Sauditi. Arrivato alla fine delle verifiche tecniche si avvicina serio un commissario e guardando la moto mi chiede “Cosa sarebbe quel logo con la croce che hai sulla moto?” Io gli rispondo “E’ uno sponsor, la Farmacia del mio paese” Lui mi guarda serio e mi dice “Se vuoi tenerlo sono affari tuoi, ma io ti dico che in questo paese ci sono regole ben precise ed è assolutamente vietato avere sponsor di tabaccai, alcolici, articoli vietati ai minori, farmacie, ospedali, dottori etc.” Al che, gli metto un pezzo di scotch sopra pensando poi eventualmente di toglierlo nel caso di una foto o di un intervista. Dopo qualche minuto torna ancora più serio di prima “Ho visto che l’hai coperto con lo scotch, sappi che se dovesse vederti la polizia o un controllore ti mettono le manette in tempo zero e ti schiaffano in galera ancora più in fretta”. Lo tolgo subito e la sera stessa sono in camera con il pennarello a coprire il logo dalle maniche della giacca e delle maglie da gara. Cominciamo bene, penso tra me…

Il primo giorno di gara partiamo alle 5am da Jeddah e andiamo verso nord. In speciale mi diverto un casino, nonostante partissi 41° (ordine di numero) passo parecchi piloti e finisco 23° di giornata. La speciale è bellissima, veloce ma anche navigata con tanti terreni diversi e una sabbia bianca spettacolare. Bello, cosi mi piace! L’obiettivo minimo era cercare di stare nei 30 nelle prime tappe cosi da partire il giorno seguente ad un minuto dal pilota davanti e non avere troppa polvere. Avevo fatto male i calcoli però: visto che in Arabia fa buio abbastanza presto, hanno deciso quest’anno di cambiare gli ordini di partenza per accorciare i tempi. Le prime 10 moto ogni 3 minuti, dal 10 al 20 ogni minuto e dal 20 in poi ben 2 moto ogni 30 secondi! Praticamente un inferno di polvere soprattutto per chi parte fuori dalla top 20.

Il Day 2 infatti partiamo in due piloti ogni 30 secondi: c’è talmente tanta polvere all’inizio che mi trovo a “telefonare” con il gas a 80 all’ora mentre viaggio completamente al buio su sterratoni che normalmente si farebbero a 150kmh! Dopo poco vedo una moto a terra. E’ Laia Sanz che è caduta prendendo un sasso in pieno senza averlo visto. Aubert è già fermo con lei quindi le chiedo solo se è tutto ok e mi risponde con il saluto da surfista con pollice e mignolo alzati. Mi sembra abbastanza strano come saluto ma me ne vado visto che sta bene. Al refuel mi dice che non si ricorda nemmeno cosa ci faccia li e che è impossibile che l’abbiano passata cosi tanti piloti senza che lei li vedesse. Aveva dato una bella testata!.
Appena riparto sento che c’è qualcosa che non va nella ruota dietro, gira male e balla tantissimo. Mi fermo a controllare e vedo che la mousse è praticamente scoppiata. Sono al km 260 e devo arrivare alla fine al km 367! Mi torna in mente il Merzouga, dove ero rimasto sul cerchio e non ero riuscito ad uscire dalla speciale. Niente panico penso, basta che rallento cosi la preservo e riesco a finire. La gomma però va sempre peggio, la mousse si sta letteralmente distruggendo e mi trovo a gestire una moto che a 60 kmh scoda e derapa da sola manco fossi Ken Block. Cerco di non pensare che sto buttando via una Dakar dopo due soli giorni e vado avanti. Al km 335 mi fermo perchè non c’è altro da fare che andare sul cerchio. Tiro fuori la chiave da 32 sotto alla sella e tolgo il copertone. Riparto a stento e per fortuna c’è un bello sterrato compatto. Pochi km dopo devo fare un fuoripista di sabbia. Per paura di piantarmi dentro ci entro cosi forte che a momenti mi cappotto due o tre volte ma riesco a tenere un po’ di velocita e la moto non si pianta. Verso la fine iniziano a passarmi le auto. Siamo in un fuoripista che continua fino all’arrivo e per fare un minimo di trazione mi metto tutto indietro col culo sul parafango alla massima velocità di 80 kmh. Non avendo la gomma e la sella che ammortizzano però sento qualsiasi asperità del terreno e ad ogni sasso nascosto nella sabbia mi arriva un colpo tale che sento la scossa fino a dentro le orecchie!
Riesco comunque ad uscire dalla speciale e mi faccio gli ultimi 200 metri per arrivare al camion a spinta.

I giorni seguenti sono dal punto di vista paesaggistico uno spettacolo, tra i Canyon della regione di Neom e Tabuk che sono anche una riserva naturale. Al mattino fa un freddo cane, 3-4-5 gradi che sono peggio di quanto pensassimo. Di giorno arriviamo a 15 o 18 ma sono talmente veloci le speciali che spesso ho freddo mentre vado! In 5h di prova non riesco a bere più di mezzo litro d’acqua. Cerco di godermi il paesaggio e recuperare posizioni anche se non è facile visto che parto 50° ed ogni giornata “storta” ti condiziona le 2/3 giornate seguenti nel tentativo di rimontare. Nel Day 4 facciamo gli ultimi 200 km finali di sabbia in fuoripista, finisco che ho un mal di schiena pazzesco per tutte le buche e le compressioni che c’erano ma mi diverto parecchio. Non sono troppo stanco e sono fiducioso per la seconda parte di Dakar.

Arriviamo finalmente alla tappa di riposo dopo una prima settimana di gara che nonostante i problemi mi è piaciuta parecchio: navigazione difficile, speciali veloci ma comunque abbastanza tecniche e panorami bellissimi.

Aspetto con ansia la seconda settimana per provare a rimontare ancora visto che parlano di tanta sabbia e soprattutto speciali più tecniche e faticose. Quello che piace a me insomma.
La realtà però è stata ben diversa dalle aspettative.

Il Day 7, con una speciale di 546 km, passa a una velocità di 110 kmh di media. Che fatti in moto sono davvero tanti!
Oltre tutto, è il giorno dell’incidente dove ha perso la vita Paulo Goncalves.
Siamo al km 270 circa e sono già diverse ore che andiamo sui fuoripista a velocità pazzesche quando vedo due persone che si sbracciano in prossimità di uno scollinamento e ci fanno segno di rallentare. Quando passiamo oltre, vedo fermo un elicottero e un pilota a terra con i medici intorno. Ci sono Svitko, Benavides e c’è Toby Price disperato che si tiene la testa tra le mani. Vedo che è Paulo e che lo stanno intubando. Mi si gela il sangue ma non posso fare nulla e quindi proseguo, con il pensiero sempre rivolto a quello che ho appena visto. Al refueling chiedo a Benavides se fosse davvero tanto grave come sembrava. Lui pensava che fosse un altro pilota perchè non l’aveva riconosciuto e quando capisce che a terra c’era il suo amico ed ex compagno in Honda scoppia in lacrime in ginocchio. La situazione si fa chiara per tutti e il verdetto inevitabile ci viene dato all’arrivo della tappa 80 km dopo. Trattenere le emozioni è impossibile e arriviamo al bivacco come zombie. Alla sera e per tutto il giorno seguente c’è un clima di gelo, tra piloti ci scambiamo cenni di saluto minimi e nessuno chiede come va. Paulo era un vero esempio di caparbietà e passione, simbolo del nostro sport. La classifica non la guarda nessuno, vorremmo tutti tornare a casa col primo volo e dimenticare questa storia ma la Dakar va avanti e non resta che restarci attaccati come a un treno in corsa, per cui si rimonta in sella con il pensiero rivolto a lui con l’obiettivo di arrivare al traguardo.

Al contrario di come ci aspettavamo quasi tutta la seconda parte di Dakar si rivela molto veloce e pericolosa, con poca navigazione e note lunghissime da 30 e anche 40 km dritte in fuoripista. Le occasioni per me per fare la differenza sono poche visto che preferisco il tecnico al veloce e l’obiettivo diventa solo arrivare al traguardo, evitando errori che possono costare caro tra dune tagliate e qualche pericolo non segnalato. Alla sera siamo tutti stanchissimi mentalmente e non tanto fisicamente, passiamo 5 h in speciale con i nervi a fior di pelle e gli occhi fuori dalla maschera per vedere eventuali pericoli a 140 kmh.

Il Day 11 è il più bello della seconda settimana. La prima parte prima del refuelling è di 229 km tutta di sabbia. Qualche giorno prima avevamo fatto 253 km senza rifornire per cui non sono troppo preoccupato per i consumi anche se parto stracolmo di benzina per evitare cazzate. La speciale parte tutta sulle dune, 100 km bellissimi di dune morbide e tecniche, bagnate per l’umidità della notte. Nel tentativo di passare i piloti davanti a me che viaggiavano in gruppo, al km 40, cado e rompo il camelback con le maltodestrine. Quindi niente benzina per me fino al refuelling. La moto riparte solo dopo 1 minuto circa e ho la maschera piena di sabbia per la caduta, ad ogni salto che faccio la vedo che si alza davanti agli occhi. Mi fermo a pulirli e riparto a manetta all’inseguimento. Quando riesco a raggiungere di nuovo e passare il gruppo davanti siamo già al km 145. Si accende la spia della riserva del serbatoio anteriore e vado in allarme: ma quanto stiamo consumando? troppo mi sa…Faccio lo switch sul serbatoio posteriore lasciando cosi di scorta i 2 litri di riserva di quello anteriore e continuo. A soli 20 km dal rifornimento finisco anche quello dietro e rimetto quello anteriore. Non vedo piloti davanti a me fermi a chiedere benzina per cui penso di potercela fare, vado via a gas puntato ma nonostante tutto al km 225 su 228,9 la moto si pianta del tutto. Oltre alla mia, ho finito anche la benzina della moto. Perfetto. Non ci posso credere, tiro fuori la cinghia e chiedo a chiunque passi uno “strappo” di 3 km. Mi fanno tutti segno di no perchè sono tiratissimi anche loro e aspetto quella che a me sembra un’eternità. Passati 20 minuti e 10 piloti almeno arriva un olandese che avevo passato a inizio tappa, mi dice che ha picchiato la testa e che è bello frastornato. Ha benzina sufficiente e gli chiedo una tirata: lui accetta a patto che io lo accompagni fino all’arrivo perchè era poco lucido. Come si dice, deal done. Affare fatto!. Arrivati al refuelling scopro che tanti piloti sono restati senza benzina, tra cui anche il mio compagno Gerini. Addirittura ce ne erano 15 fermi per strada mi dicono!. Per fortuna il mio angelo custode olandese smanetta e arriviamo insieme all’arrivo senza perdere troppo tempo. Questa Dakar non smette di stupirmi ormai…I 377km di trasferimento finali sembrano non passare più e quando arrivo al bivacco è un bel sollievo.

L’ultimo giorno è quasi un gioco. Una sola speciale da 170 km veloce e abbastanza navigata che ci porta all’arrivo finale di Riyhad. Verso fine speciale vedo un pickup in mezzo alla strada, quando cerco di evitarlo mi punta e per poco non mi investe. A fine speciale scopro che non sono l’unico ad averlo incontrato e avvisiamo la direzione gara. Quasi ci ammazza! Finisco 15° di giornata e 22° nella generale. Non era quanto mi sarei aspettato ma è comunque una bella soddisfazione. Dopo tutto quello che abbiamo passato il risultato mi interessa meno del solito e salire sul podio è per tutti un grande sollievo più che una grande gioia come lo era stato nelle mie scorse partecipazioni.

Ho visto posti incredibili, conosciuto una nuova cultura e visitato un nuovo Paese.
Ho corso per centinaia di chilometri sia in canyon inesplorati che in mezzo al nulla più totale dell’Empty Quarter.

E’ stata come sempre una fantastica avventura e per questo voglio ringraziare di cuore gli sponsor che mi sono fedeli da anni e quelli nuovi che hanno creduto nel mio progetto, chi mi ha scritto ogni giorno per incitarmi e chi lo ha fatto ogni tanto ma col pensiero mi è sempre stato vicino, il mio Moto Club, la mia famiglia e i miei parenti, mio papà che come sempre mi ha accompagnato e si è fatto 5900 km di macchina in mezzo al nulla pronto ad aiutarmi, la mia ragazza per averle fatto perdere qualche anno di vita e che mi ha fatto anche da Pr e ha gestito i miei Social per 15 giorni.

Sono state due settimane impegnative, fatte di alti e bassi di umore che inevitabilmente ci hanno condizionati tutti e ci hanno fatto apprezzare sempre di più quanto siamo fortunati.

E’ come finire in una lavatrice per 15 giorni, sembrano passati in un attimo ma al tempo stesso sembra di essere stato lontano da casa per due anni almeno.

Questa è la Dakar. Odi et amo, la ami o la odi. O entrambi, come sempre. Ti strega e poi sei fregato.

Maestra di vita.

Grazie a tutti!

Jacopo

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