Cronaca

«Campus, progettare i saperi»

altL’intervista
ANGELO MONTI
Il presidente degli architetti: «Più chiarezza su eccellenze e specificità»
Non basta dire “campus”, bisogna innanzitutto capire come declinare, secondo quali prospettive e con quali potenzialità future, il progetto di una cittadella universitaria.
Ne è convinto Angelo Monti, presidente dell’Ordine degli architetti della provincia di Como, che sul tema delle riconversione dell’area del San Martino spazza subito il campo dalle perplessità legate al fronte economico. «So di poter essere accusato di facile ottimismo, so persino che è quasi banale e pleonastico

dirlo – precisa Monti – ma se si punta su un progetto credibile, che offra grandi prospettive per il prossimo futuro, allora le risorse si trovano perché sarà lo stesso progetto a catalizzare gli investimenti».
LE SCELTE FORMATIVE
Il nodo di fondo da sciogliere per trasformare l’area dell’ex ospedale psichiatrico in un campus universitario è capire su quale tipo di sapere si intende puntare.
«Io personalmente interpreto il concetto di campus in maniera molto ampia – premette il presidente degli architetti lariani – Lo immagino come un luogo non esclusivamente legato al mondo accademico, ma che dia spazio anche alle eccellenze dei mestieri d’arte, a tutti quelle professionalità che costituiscono il cuore del made in Italy, nel tessile come nel design e nell’arredamento. Sono infatti convinto che nei prossimi anni, nel nostro Paese, vi saranno sempre più esigenze formative di tipo non universitario perché crescerà la richiesta di saperi professionali, oggi messi un po’ in ombra dal mito della laurea».
La vicinanza del Setificio all’area del San Martino, accanto alle nuove sedi delle università dell’Insubria e del Politecnico, diventa quindi il simbolo del connubio immaginato dall’architetto Monti come fondamento per la nuova cittadella del sapere. Ma non basta.
«La parte cruciale del progetto del campus è delineare con precisione quale dovrà essere la didattica e l’offerta formativa – sottolinea il professionista – Io fino a oggi non ho colto, in questo ambito, un progetto ben delineato che possa far distinguere il campus comasco, rendendolo un polo di attrazione. La vicinanza di Milano e della sua articolata offerta accademica non deve spaventare: in Europa vi sono tanti esempi di realtà universitarie di successo che, anche sotto l’influenza di grandi centri metropolitani, hanno saputo distinguersi per eccellenza e specificità. Nessun giovane verrà infatti a studiare a Como se non trova eccellenza e specializzazione. Diventa allora fondamentale capire, con grande chiarezza e senza esitazioni, che tipo di progetto formativo vogliamo iniettare sul progetto di recupero dell’area del San Martino. Questa è la parte, almeno per me, ancora oggi meno chiara. Ma se ci sono lacune di chiarezza in questa lettura, rischiamo di non avere gli ingredienti necessari per tradurre in realtà l’aspirazione di rendere il San Martino uno spazio del sapere proiettato verso il futuro».
GLI SPAZI IN GIOCO
Complementare al discorso sui contenuti è quello relativo ai luoghi fisici. «Il San Martino ha una caratteristica molto peculiare – spiega Monti – Basta osservare l’area dall’alto, utilizzando applicazioni come Google Maps, per rendersi conto che è un asse di penetrazione della città straordinario, un’area verde che può essere utilizzata come parco di connessione con le altre parti della città. Ogni intervento su questa area deve dunque essere calibrato, misurato e attento. E deve essere improntato al “riuso” perché il futuro del nostro saper costruire si gioca sempre più sulla capacità di ricostruire, di riusare i luoghi che abbiamo, in un’ottica di sostenibilità, di riqualificazione degli edifici esistenti, di conseguente riduzione dei consumi energetici. In Germania il governo ha di recente calcolato che per ogni euro di investimento in progetti di rigenerazione urbana sostenibile corrispondono ritorni di 4 euro tra maggiori tasse incassate, minor ricorso agli ammortizzatori sociali e ricadute positive sul risparmio energetico dell’edificato esistente».
Limitare il campus alla sola area del San Martino sarebbe poi una scelta perdente per il presidente degli architetti comaschi.
«Io rifletterei su alcune destinazioni che il San Martino ipotizzato come campus potrebbe innescare al suo esterno – afferma Monti – Non è detto, per esempio, che le residenze universitarie debbano per forza essere all’interno del parco. L’area delle caserme non la immagino disgiunta da un sistema universitario innestato sul San Martino. Può diventare una zona destinata all’housing sociale, alle residenze studentesche, a spazi e laboratori condivisi per giovani professionisti, a costi accessibili. Luoghi, insomma, dove studio e lavoro possano integrarsi, offrendo potenzialità di sviluppo in grado di attirare giovani talenti. Perché la nostra città deve saper richiamare le nuove generazioni».

Marcello Dubini

Nella foto:
Come dimostra questa immagine, scattata dal parco del San Martino, l’area dell’ex ospedale psichiatrico confina con i nuovi insediamenti universitari in corso di ultimazione in via Valleggio (Fkd)
26 Gennaio 2013

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