«Como ha svenduto la sua creatività»

Fabio Panzeri

Il designer Fabio Panzeri: «Abbiamo una storia e una cultura, ma sembra che nessuno le ricordi»
Creativo, cittadino del mondo con radici a Como, città alla quale guarda con pessimistico disincanto, Fabio Panzeri ha le idee chiare e un bagaglio d’esperienza invidiabile. A soli quarant’anni ha lavorato per griffe quali Mila Schön, Prada, Helmut Lang, Etro, Dolce & Gabbana, Kelvin Klein.
I suoi uffici sono in via Olginati, nel centro storico cittadino, sopra il negozio gestito dalla compagna, e a Lugano. «Ma trovo quasi tutte le mie ispirazioni a New York – precisa – una grande metropoli, che però offre contatti con tutti, anche per strada. Nel metrò si parla con i manager e con gli homeless».
Veste come si trova meglio: «Indosso solo jeans, difficilmente la cravatta, curo molto gli accessori d’argento per i quali ho una vera passione». Si definisce designer («Meglio di stilista, termine troppo coreografico»). Si è diplomato al “Volta”, il liceo classico, dove non si fa disegno, seguendo il consiglio del nonno: “Ti aiuta a pensare”. Poi ha lavorato in un’azienda di prodotti chimici per pagarsi i corsi all’Istituto Marangoni, la scuola di moda e design più importante d’Europa.
Tra le prime esperienze che ha fatto ci sono le divise per la McLaren, impegnata all’epoca in Formula Uno con i piloti Ayrton Senna e Gerhard Berger. Il brasiliano, poi tragicamente scomparso, era un autentico mito di Panzeri, grande appassionato di automobilismo, di vetture americane e anche rallysta. «Avevo vent’anni – ricorda oggi – seguivo sempre le prove per il Gran Premio di Monza, lo vedevo sfrecciare sulla parabolica. Ero incredulo di poterlo incontrare. Ai box è venuto a salutarmi. Abbiamo parlato di macchine, mi ha regalato il suo cappellino, mi ha fatto sedere sulla sua monoposto…». L’altra fissazione di Panzeri è costituita dagli orologi («Così piccoli, sono come il corpo umano»). Ama anche la musica metal, che ci accompagna durante il nostro incontro, i modelli di scarpe, bene in vista anche sulla sua scrivania, mentre sulle pareti dell’ufficio spicca una serie di cartelle colori.
Per Mila Schön ha fatto disegni per cravatteria, tessuti e foulard; con Prada ha seguito il progetto di Luna Rossa (borse, scarpe); con Helmut Lang dice di aver imparato a mischiare tecniche, pellami pregiatissimi, tessuti e plastica: «È stata un’esperienza che mi ha aperto la mente. Si lavorava giorno e notte, sempre».
Dopo Etro, l’impegno con Dolce & Gabbana, come responsabile degli accessori maschili a diretto contatto con Domenico Dolce: sei anni in crescendo costante. Infine, il salto, lavorare da solo per più aziende. Subito la chiamata di Kelvin Klein per disegnare tutto, dai jeans agli accessori: «Sono con loro da due anni. Nel 2009, nonostante la crisi, abbiamo segnato un +48%». In parallelo, attività con più nomi della moda.
A Como non fa sconti. «È stata svenduta – dice spietato – La nostra città ha una storia. Non è George Clooney. Terragni ce lo siamo scordati? Abbiamo una cultura tessile immensa, svenduta biecamente alla Cina. Siamo sempre stati l’orgoglio della nazione per seta e creatività, ma sembra che nessuno se ne ricordi più. Dovremmo cominciare a non avere paura del prezzo. Louis Vuitton non ha abbassato i prezzi e ha segnato un +3%, nonostante la crisi. E noi, tutti a correre in Cina per far costare poco i prodotti… Così diventiamo sudditi di Pechino. Abbiamo scritto una bella pagina. Adesso è un libro chiuso. Che senso ha fare fiere qui? Comocrea sia piuttosto un importante padiglione a New York! Non certo sul Lario».
Il discorso scivola sull’altra vocazione lariana, il turismo. «Gli svizzeri – incalza Panzeri – sono molto più organizzati anche su questo fronte. Abbiamo avuto la possibilità di ammirare una statua del grande Helidon Xhixha in piazza Volta. Il presidente francese Sarkozy l’ha fatta portare a Parigi. Da noi non l’ha vista nessuno…».
Alla domanda su cosa regalerebbe a Como, Panzeri risponde sicuro: «La possibilità di sentirsi libera di ripartire da capo e perdere la paura di guardare avanti. La città rischia di diventare un’immensa Ticosa. Impariamo a sfruttare ciò che abbiamo già e che potrebbe fare di Como un’autentica perla. Oggi invece ci si ricorda della stupenda basilica di Sant’Abbondio solo perché è vicina a una discoteca… Dovremmo saper creare “pacchetti” per portare la gente negli alberghi, nei ristoranti, nei negozi… Purtroppo siamo schiavi di una miopia imbarazzante».

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