I personaggi del Corriere

«Dissi a Henry Kissinger che anche lui era piccolo»

Como 1 marzo Romualdo Cuda L’ex ispettore capo Romualdo Cuda racconta la sua vita nella Digos a Como
Incontenibile. Davvero torrentizio nell’eloquio, ma chiuso a riccio sui nomi. Da lui, ancora a distanza di tanto tempo, non una sola identità che riconduca ai comaschi di cui, per dovere d’ufficio, si è dovuto occupare nell’arco di quasi un ventennio.
Romualdo Cuda, classe 1955, sposato e con due figli, ispettore superiore in pensione della Digos, ha vissuto da poliziotto nella nostra città gli anni roventi dell’estremismo politico e del terrorismo. Vi è passato indenne, pur rischiando

la vita, ed è stato testimone diretto di esperienze che lasciano il segno.
Baffetti, occhialini e occhi vispissimi, ancora prima che inizi la nostra chiacchierata mostra una vecchia moneta da 5 lire. «La conservo dal 1974 – dice – È la prima che mi è stata lanciata durante una delle tante manifestazioni di protesta per le quali ho fatto servizio d’ordine».
Approdato a Como nel 1978, Cuda è stato subito destinato all’ufficio politico dal questore dell’epoca. Erano gli anni duri dell’eversione. «Dovetti farmi crescere i capelli e i baffi, vestire l’eschimo…», ricorda. Così si sarebbe più facilmente camuffato negli ambienti con i quali doveva entrare in contatto per raccogliere informazioni utili all’attività di prevenzione. In pratica, conoscere gli estremisti lariani e scoprire quali rapporti intrattenevano, quali attività svolgevano, memorizzarli e stendere relazioni sul loro conto. «All’epoca non esistevano tecnologie raffinate come quelle odierne. Io e i miei colleghi eravamo microspie viventi, mobili, istituzionalizzate», dice. E ricorda l’insegnamento avuto da un grande investigatore: avere sempre con sè taccuino, penna e un gettone telefonico perché allora i cellulari non esistevano…
Con questi e pochi altri mezzi, però, Cuda e i suoi uomini riuscirono a contribuire all’arresto di terroristi dell’area comasca attivi altrove sotto l’egida delle più disparate sigle (da Prima Linea ai Nar). È a tutti nota la tragica “notte dei fuochi”, quando – il 13 luglio 1981 – il brigadiere Luigi Carluccio morì disinnescando una bomba in viale Lecco. L’apice di quell’attacco alla città e alle istituzioni era stato anticipato da numerose azioni eversive nei mesi precedenti l’evento più eclatante. Cuda ricorda lo striscione minaccioso issato al Bassone nell’area dove sarebbe sorto il nuovo carcere. «Le Brigate Operaie, un gruppo che ho modo di ritenere fosse locale – rievoca – avevano studiato il nostro modus operandi. Sapevano come noi staccavamo gli striscioni illegali. Quello del Bassone era appeso con mollette. L’intuito e l’astuzia del mio braccio destro, Pietro Fusarò, evitò una strage. Il collega vide che dalle sterpaglie usciva un filo di nylon e capì che c’era esplosivo… Gli artificieri, tra i quali il povero Carluccio, dissero che avrebbe potuto seminare morte e distruzione nell’arco di centinaia di metri».
Lo stesso Carluccio disinnescò in seguito altre due bombe vicino a una concessionaria Fiat. poi venne la terribile “notte dei fuochi”: più ordigni piazzati in diversi punti della città. E quello, maledetto, di viale Lecco. Ecco il racconto di Romualdo Cuda: «Smontavo dal servizio a mezzanotte. Avvisato di quanto stava accadendo, rientrai immediatamente. Mentre ci recavamo in viale Lecco sentimmo urlare alla radio: “Mandate un’ambulanza! Mandate un’ambulanza!”. Trovai Carluccio caldo, ma la gravità delle devastanti ferite subite era evidente. Il giorno dopo disinnescammo un altro ordigno in piazza Perretta, vicino alla sede della Banca d’Italia. Allora non si operava con il robot. I colleghi artificieri usavano forbici e pinze. A mani nude».
Il discorso torna alle Brigate Operaie. Perché pensare che fossero d’impronta comasca? «Sono convinto che avessero caratteristiche indigene. Esaminavamo i volantini e li confrontavamo con altri precedenti. Questa formazione attaccava soprattutto i commercianti, che definiva spregiativamente “bottegai”. Queste brigate, in realtà, disturbavano i marchi originali del terrorismo, agitando le acque in una zona di confine che altri volevano invece che restasse tranquilla».
Il fenomeno del fiancheggiamento era piuttosto diffuso. Cuda si dice certo che fosse complessivamente quantificabile intorno alle cinquecento unità a supporto dei gruppi riconducibili alle diverse sigle eversive.
Sul fronte della caccia ai terroristi, un episodio descrive bene l’intuito dell’ex ispettore capo. In un covo delle Br, a Milano, fu scoperto un biglietto su cui era scritto “Al calar del sole”. Cuda si interrogò sul suo significato e dedusse che poteva indicare, come in un quiz di enigmistica, il paese di Primaluna, nel Lecchese. La verifica, subito effettuata, portò alla scoperta di un altro covo ancora “caldo” proprio in quella località.
L’occasione è buona per ragionare sulle doti di un buon investigatore. «Deve far parlare, intrufolarsi nei discorsi altrui, tentare di carpire notizie, sviluppare il più possibile scaltrezza, intuito. Deve cogliere l’essenza di ciò che ascolta».
L’uomo dell’Uigos, poi Digos, attinge a una miniera di aneddoti. Pochi avvocati accettavano di difendere i terroristi, a causa delle minacce che venivano loro rivolte. Un legale proveniente da fuori provincia accettò di patrocinare in un processo a Como. «Alloggiò in un noto albergo in città. Occorreva vigilare su di lui. Alla sera insistette per congedarci. Fingemmo di lasciarlo. Poche ore dopo, vestito di tutto punto, si affacciò a una porta secondaria dell’hotel, dove lo attendevo… Gli consigliai di rientrare in albergo e di ricevere lì chiunque volesse, se aveva un appuntamento galante. Altrimenti avrei dovuto seguirlo, ovunque si fosse recato».
Cuda ebbe contatti con importanti personalità. Scortò il giudice Emilio Alessandrini, ucciso negli anni di piombo. «Avvenne pochi giorni prima dell’agguato mortale. Il povero magistrato era già “curato”, ma forse in quell’occasione i suoi carnefici non ritennero il luogo ideale per consumare l’attentato».
Terrorismo a parte, alla fine degli anni ’80 gli capitò anche di riaccompagnare Licio Gelli, il capo della loggia massonica P2, da Como – dove aveva ricevuto un premio letterario – a Castiglion Fibocchi, in provincia di Arezzo, dove abitava. «In quelle ore capii che era stato ed era tuttora potente. Con uno stratagemma cercai di carpire una sua telefonata da un autogrill. Tentai di decifrare i numeri che componeva. Da alcune frasi che intercettai compresi che parlava in codice con un anonimo interlocutore». Nè mancavano grandi personalità internazionali nel servizio di Cuda. Tra queste, Henry Kissinger. «Mi presentò a lui un agente dell’Fbi, un marcantonio alto un metro e novanta. Io sono piccolo e Kissinger lo sottolineò. Fui pronto alla battuta: “Anche lei lo è, ma questo non le impedisce di essere segretario di Stato della più potente nazione del mondo”. Scoppiò in una grande risata e quando se ne andò mi fece una bellissima dedica sul libro relativo alla Casa Bianca, che mi regalò».
Infine l’ex dei Beatles, Paul McCartney, durante una sua visita in Italia. «Alloggiava a Villa d’Este. Faceva footing e gli garantivamo una scorta di sicurezza e di cortesia. Mi imposi sui suoi uomini, stabilendo che in Italia valevano i nostri metodi e non i loro, standogli alle costole anche mentre faceva footing. Un pazzo avrebbe potuto aggredirlo, esattamente come accadde all’altro Beatles, John Lennon. Alla fine, McCartney si complimentò e mi donò una maglietta bianca con dedica».

Marco Guggiari

Nella foto:
Romualdo Cuda oggi, ex ispettore capo della Digos di Como, congedato con il grado di ispettore superiore. Nativo di Andali (Catanzaro), è entrato in polizia nel 1974 (foto Baricci)
2 marzo 2010

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