Le candidature dei partiti e l’autonomia dei sindacati

Ho letto quanto scritto sulla mancata candidatura dell’ex segretario della Cisl Fausto Tagliabue per il Pd alla Provincia.
Premetto che sono stato un socialista di sinistra nella cosiddetta Prima Repubblica, roba da mausoleo mi rendo conto; mai stato craxiano, ma lui ha pagato per tutti.
Ho una formazione politica, anche se non faccio più attività politica. Vengo dal Sud, risiedo qui da circa dieci anni e mi piace sapere cosa voto e per chi voto.
Osservo la politica da spettatore, ma conoscendone i meccanismi. Non ho mai incontrato personalmente i protagonisti della vicenda, per cui le considerazioni che farò sono unicamente di ordine politico. In sintesi la storia dovrebbe essere questa.
Alcune persone vengono incaricate (così almeno si intuisce ma non è certo) dalla segretaria provinciale, dalla parlamentare comasca, dal consigliere regionale  e da alcuni membri della segreteria provinciale, di lavorare per la costruzione di una candidatura per la presidenza della Provincia: queste persone sono il segretario della Cisl che sarà indicato poi come candidato, il segretario della Cgil, quello della Uil e la presidente delle Acli e il presidente di Confcooperative. 
Il candidato chiede di essere unico e  rinuncia quando  se ne propone un altro, o meglio un’altra. Mi pare di avere capito che ci sia stato del rammarico perché, contrariamente alla vicenda della candidatura  per il sindaco, ci sarebbero stati dei contrasti.
Mi faccio alcune domande.
Se il Pd era già sostanzialmente d’accordo su un candidato, perché sono state fatte le primarie con altri candidati dello stesso partito? Perché le primarie sul Comune sono nobili e quelle sulla Provincia no? Perché un partito dovrebbe incaricare i segretari provinciali dei tre sindacati più importanti per trovare un candidato?  O è un partito che rinuncia al suo ruolo, oppure  è evidente che il candidato doveva essere necessariamente uno dei tre, blindato tra l’altro.
Dov’è finita l’autonomia del sindacato dai partiti? Anzi, l’autonomia del sindacato dal partito, a quanto pare unico. Tutti e tre i segretari confederali sono iscritti al Pd? Che senso ha avere allora tre sindacati? Ma Pd sta per Partito dirigenti?
Perché un lavoratore di Rifondazione comunista o della Lega, piuttosto che dell’Udc o di Sel  dovrebbe iscriversi a uno di questi sindacati per diventare, seppur  involontariamente, un  terminale del Pd?
Il quadro è semplicemente desolante. Potremmo essere di fronte a un gruppo di dilettanti allo sbaraglio oppure a un gruppo di consapevoli mestieranti  della politica (scusate, un po’ bassa)  sorpresi  con le mani nel sacco e talmente tronfi e abituati ad averla sempre vinta, che hanno poi la sfacciataggine di scrivere la loro stizza, per l’evidente sconfitta  e renderla pubblica.
Conflitto d’interessi, incompatibilità, autonomia: non è  strano che nessuno abbia rilevato l’anomalia della situazione? Nemmeno la stampa? Cos’è? Anche i giornalisti sono iscritti al Pd? L’operazione della banda dei quattro è di una sfacciataggine  e, contemporaneamente, di un’ingenuità disarmante.
Perché  all’inizio ho parlato di Prima Repubblica? Perché la rimpiango. Non era un’epoca di candidi, ma  di professionisti certamente sì. In tutti i partiti. A quel tempo questa vicenda sarebbe stata chiamata con il suo nome: arroganza del potere.            
Roberto Russo

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