Le cave abbandonate, grandi occasioni di creatività

Lago della bilancia
di Lorenzo Morandotti

Se ne parla fino a domani tra addetti ai lavori a “Veronafiere” nell’ambito della mostra “Marmomacc” che fa della città di Romeo e Giulietta la capitale mondiale del marmo. Sono le cave dismesse, cioè abbandonate dopo anni di estrazioni, ferite aperte nel corpo della Terra, da sanare anche grazie alla creatività e alla sua dimensione pubblica. Cioè facendole diventare musei all’aperto e laboratori permanenti di “land art”, ma anche piazze per una socialità diffusa che ha sete di platee
concrete e non solo virtuali. Il tutto, sviluppando le potenzialità architettoniche e urbanistiche di tali strutture che simboleggiano in modo tangibile il rapporto spesso squilibrato tra uomo e ambiente che lo ospita.
Certo salvare una cava non basta a restituire dignità a un territorio nel suo complesso, ma interrogarsi su tali presenze e sul loro destino, nel rispetto di una storia che è al tempo stesso geologica e umana, sarebbe senz’altro un buon inizio anche sul Lario, dove non mancherebbero esempi per una riflessione operativa attorno a questi argomenti. A Pusiano la locale cava ospita da tempo eventi musicali di alto livello. E il progetto per la riqualificazione di una grande cava in Brianza, negli anni ’90, vide l’intervento di un notissimo designer italiano, Enzo Mari, che a sua volta invitò per un sopralluogo l’artista e scultore Claea Oldenburg, appartenente alla corrente della pop art e noto a Milano per la sua discussa scultura in piazza Cadorna, che raffigura un ago e un filo. Si pensò, solo sulla carta, a un grande parco dedicato agli animali in pericolo della fauna planetaria da rappresentare con enormi sculture visitabili lungo un percorso pedonale. Perché non scavare ancora lungo tali solchi?

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