LE FAMIGLIE MESSE IN GINOCCHIO DALLA CRISI CHIEDONO CON FORZA PIÙ ATTENZIONE E RISORSE

Risponde Agostino Clerici

Mi pare che da un po’ di tempo (ultimi programmi politici compresi) non si parli più di famiglia e di quanto sia difficile far quadrare i conti, soprattutto quando si hanno dei bambini. Un recente studio ha dimostrato che crescere un figlio nel suo primo anno di età costa in media 10mila euro (tra pappe, pannolini, asili nido e poche altre voci di minore importanza). In Italia, le politiche a favore della famiglia (casa, lavoro, agevolazioni fiscali, sconti per il trasporto pubblico e così via) sono sempre solo enunciate, ma mai messe in pratica (mentre in altri Paesi – vedi per esempio la Francia – sono state studiate agevolazioni mirate per la crescita della prole).
Il risultato è che spesso si ha paura (e si rinuncia) a diventare genitori, o lo si diventa in età avanzata. Il problema è così serio che proprio in questi giorni il Forum delle associazioni familiari ha inviato una lettera ai dieci saggi – incaricati dal presidente Napolitano per trovare punti di intesa tra i programmi dei partiti – al fine di metterlo in evidenza con forza nell’agenda economica e istituzionale.
Sarò pessimista, ma credo che in futuro le cose siano destinate a peggiorare. È d’accordo con me? 

Francesco Ranucci

Ad un certo punto era sorto anche un ministero per la famiglia, in Italia. Purtroppo, però, la famiglia continua ad essere trattata come un problema e non come una risorsa. O meglio, è sì una risorsa, nel senso che lo Stato talvolta i soldi non solo non li dà, ma li sottrae alla famiglia. Ad esempio, l’ultima odiosa tassa – l’Imu sulla prima casa – è andata a colpire proprio il luogo dove una famiglia vive, con scarsa attenzione alle persone e molta invece ai vani dell’abitazione e alla sua rendita catastale. Vi è una disattenzione cronica nei confronti della famiglia. Del resto, alla questione economica che l’ha impoverita dovremmo aggiungere anche la lenta delegittimazione identitaria che cerca di svuotarla di significato. In alcuni Paesi europei in cui questa operazione aveva già raggiunto uno stadio avanzato, si sta correndo ai ripari, perché si è capito che la società sta in piedi solo con la famiglia. Da noi, invece, sonnecchia sempre sotto la cenere di questo o quel partito il progetto di destrutturazione del legame familiare, in attesa che in Parlamento vi siano i numeri sufficienti a far passare qualche legge che – si dice – ci metta in linea con l’Europa. Già: quale Europa? Adesso, però, i problemi urgenti sembra siano altri e i numeri non ci sono neanche per fare un governo.
Bene ha fatto il Forum delle associazioni familiari a far sentire la sua voce anche presso i cosiddetti «saggi» di Napolitano. Sono d’accordo quando il Forum scrive che «le famiglie non sono un semplice settore della società, ma sono la società stessa, ne costituiscono il tessuto, ne hanno assicurato e ne assicurano la tenuta anche nelle situazioni più difficili». Forse, paradossalmente, questo è il motivo per cui in Italia si fa così fatica a fare una seria politica per la famiglia: non la si considera un settore, ma si crede che un’azione generica per la società automaticamente favorisca le famiglie. Non è così. Bisogna recuperare una sguardo meno statalista che metta al centro la famiglia come risorsa di sussidiarietà. L’intervento assistenziale, in momenti di grave crisi di liquidità, fatalmente penalizza proprio la famiglia. C’è bisogno, cioè, non di un corto respiro, ma di una rivoluzione copernicana.
Ecco perché condivido purtroppo il pessimismo del lettore: le cose sono destinate a peggiorare, in quanto non scorgo nulla di buono nei nuovi politici arrivati in Parlamento. Anzi, mi pare di veder salire un treno di nebbia, invece che una boccata d’aria fresca.
L’unica speranza viene ancora dalla forza – morale ed economica – interna alla rete familiare. Vedo ancora funzionante quel welfare nostrano che fa sì che la famiglia genitoriale aiuti per quanto può i giovani nuclei. Non potrà durare in eterno questo meccanismo di solidarietà, ma offre, laddove è ancora attivo, un piccolo volano di sopravvivenza. Lo dice anche la lettera del Forum delle associazioni familiari: «Ci sono famiglie che se pure non hanno ancora raggiunto la povertà, annaspano soprattutto se devono sopportare il carico di figli, anziani o disabili. A queste famiglie è ora di restituire un’equità fiscale che riconosce questi carichi». E aggiunge: «Nessuna riforma fiscale sarà mai equa se non sarà a misura di famiglia». Vero, ma dubito fortemente che i dieci «professori» scelti da Napolitano in queste ore abbiano in mente la riforma fiscale a misura di famiglia.  
Il nostro lettore fa riferimento al costo dei figli, che genera paura a diventare genitori o rimanda questa scelta o la ridimensiona nel numero. Come educatore a cui i genitori affidano i propri figli rilevo che spesso le famiglie numerose e non agiate sono quelle in cui c’è maggiore attenzione alle persone e ai valori. Io stesso sono cresciuto in una famiglia numerosa e forse qualche inevitabile sacrificio mi ha aiutato a non avere pretese, come spesso invece vedo in tanti ragazzi di oggi. Talvolta i figli costano anche perché si vuole che siano firmati dal cappello alle scarpe e che abbiano tutto e di più, altrimenti si sentono inferiori. Forse la crisi, se la si sa elaborare entro un quadro educativo autentico, aiuta a creare un clima di giusta sobrietà, nei genitori e nei figli.
E già che parliamo di figli (al plurale) in un contesto in cui sento sempre più spesso genitori affermare che un secondo figlio non possono permetterselo, lancio una provocazione. Io credo che la scarsa attenzione alla famiglia nasca anche sul terreno della cultura della denatalità che affligge l’Europa e l’Italia. Ci sono meno figli perché c’è la crisi, oppure tra le cause di una crisi – non solo economica e finanziaria – c’è anche la denatalità familiare?

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