Le lezioni del muro davanti al lago

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di Marco Guggiari

In settimana è stata ricordata la ricorrenza del piccone demolitore sul “muro di Como”, quello che oscurava il lago, il vertice degli errori nel cantiere delle paratie, ma non l’apoteosi che, in un certo senso, è perfino postuma e si misura nel tempo di quest’opera infinita e nelle sue code giudiziarie. Un fallimento trasversale a tre diverse amministrazioni comunali, tra quella protagonista dei fatti e quelle successive, che li hanno ereditati senza poter risolvere quel vulnus fatto alla città del lago più bello del mondo. Se tutto andrà bene, come ha detto il presidente della Regione Lombardia, Attilio Fontana, i lavori finiranno nell’autunno del 2022 e, se ne usciremo, sarà soltanto grazie a quell’ente che ci toglie le castagne dal fuoco.

Di paratie e di nuovo lungolago, che era e rimane il vero obiettivo, si iniziò a parlare nel 1990, utilizzando la possibilità di accedere ai fondi della cosiddetta Legge Valtellina varata in seguito alla devastante alluvione dell’estate 1987. Un disastro che colpì, fortunatamente senza lutti, anche la nostra città. I lavori iniziarono il 7 gennaio 2008, dunque sono ampiamente trascorsi tredici anni, mentre secondo il programma tutto doveva essere concluso entro il 5 maggio 2011. Ma “Ei fu”… e lo furono anche le paratie e il lungolago, come sappiamo fin troppo bene.

La vicenda insegna intanto un sacco di cose. La prima è che non si può pensare a una grande opera, decidendo in corsa di modificarne il progetto perché quello originario costa troppo. Le competenze si pagano, oppure si rinuncia. Non si adattano, secondo il proprio comodo e risparmio, situazioni complesse e delicate che impattano su ambiente e paesaggio, ma prima ancora su un complicato sistema anche subacqueo di strutture portanti. Non ci si improvvisa nemmeno nelle valutazioni circa adempimenti e violazioni contrattuali che, anche solo per gli accertamenti successivi, comportano fermo cantieri prolungati e indefiniti nel tempo. Non si può essere, insomma, dilettanti allo sbaraglio con un di più d’arroganza su materie di tale portata.

Speriamo che la lezione serva per il futuro. Con il lungolago oscurato abbiamo fatto parlare di noi, letteralmente, tutto il mondo. A molti è davvero capitato, in Italia e all’estero, di essere interpellati da increduli interlocutori che conoscendo la nostra provenienza, chiedevano incuriositi se era vero che a Como veniva nascosto il lago. Un grande spot a rovescio e buon per noi che negli anni pre-Covid è stato compensato da altri di segno diritto, grazie a frotte di turisti e star.

Che festa sarà quando ci riapproprieremo di quel pezzo di terra e acqua che ci rende unici? Non grande come quella per la fine della pandemia, ma certamente significativa. Anche perché quel traguardo sarà finalmente un segnale di speranza nella costante dei nostri ritardi, dei disastri e delle incompiute di questa città. Qualcosa che emergerà dalle macerie e dalle troppe aree vuote di significato. Dai bisogni della comunità insoddisfatti e questa volta risparmiamo l’elenco. Non è che chi amministra, politici e macchina comunale, non pensa, non fa, non si preoccupa di tutto questo. E ci mancherebbe altro. È che cincischia con le bocce, ma non va mai a punto.

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