Cronaca

Le nuove regole non risolvono le crisi

La riflessione
di Giorgio Civati

L’idea era buona: favorire la sopravvivenza delle aziende in crisi. Introdotto lo scorso anno, il “concordato in continuità” puntava a questo. Ma, come ogni idea che poi deve essere concretizzata, la realtà mostra sfaccettature non sempre positive. Perché il rischio è che la sopravvivenza di un’azienda in crisi generi molte altre situazioni di difficoltà.
Insomma: che da una crisi ne derivino altre. Già, perché le nuove norme in tema di concordato non prevedono più una quota minima

di rimborso ai creditori generici e così le percentuali si avvicinano a quelle dei fallimenti. Sono bassissime, ben lontane da quel 40% di minimo garantito una volta stabilito.
La volontà di salvaguardare l’azienda – che è “bene” comune, che vivacizza e porta benessere e ricchezza all’intero contesto sociale, al territorio e certamente ai dipendenti, non solo all’imprenditore – si scontra insomma con questioni di equità nei confronti dei fornitori, che ora appaiono poco o niente garantiti. Meno ancora di prima. Certamente non sarà il caso dei concordati in continuità aperti a Como, ma non si può negare un utilizzo a volte disinvolto della procedura. Un’azienda piena di debiti li “cancella” quasi tutti grazie appunto al concordato e prosegue l’attività più o meno dal punto in cui era arrivata prima. Ma senza più i debiti. A danno delle banche e dei fornitori, perché solo i creditori privilegiati (tra i quali per fortuna i dipendenti) sono garantiti. Agli altri la beffa: rimborsi nell’ordine del 10% o meno, briciole appunto, insieme al danno di vedere comunque continuare l’attività da parte del cliente insolvente.
La crisi, insomma, in questo modo non si risolve. La si sposta, la si ribalta sui malcapitati di turno. Ovvio, se un imprenditore va male e addirittura rischia di chiudere non deve essere punito. Se i conti non tornano, ha tutto il diritto di riprovarci una seconda volta. Ma tutto ciò non deve avvenire a danno di altri. Serve insomma un equilibrio.
Di più, un minimo di equità tra le parti coinvolte. Chiudere concordati con rimborsi nell’ordine del 10 o del 5% è assurdo, eppure la media nazionale dei rimborsi dall’introduzione delle nuove norme è attorno al 20%. Poco, troppo poco. Tanto che in qualche caso la procedura di concordato pare “concorrenza sleale”: compero, non pago, cancello quasi del tutto i debiti e riparto.
In un momento storico in cui la situazione economica generale è sempre angosciante, la concorrenza sfrenata e i mercati fiacchi, non basta dunque solo creare prodotti vincenti; belle stoffe o mobili di qualità, per esempio, a Como e dintorni. Non è sufficiente nemmeno trovare clienti e mercati sempre nuovi o fidelizzare quelli già in portafoglio.
È assolutamente necessario anche incassare. E se questo in alcuni casi non avviene “per legge”, allora è l’intera economia a non dare quel minimo di certezza e di correttezza nei rapporti che invece resta indispensabile. Tra la vecchia legge fallimentare, che risaliva addirittura al 1942, e le modifiche dell’anno scorso, insomma, dovrebbe esserci una terza via: e salvare un’azienda ha poco senso se non si salvano anche tutte le altre a essa collegate.

16 Nov 2013

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