Le parole chiave tra età dell’oro e lutti

opinioni e commenti di marco guggiari

di Marco Guggiari

La prima considerazione, alla vigilia delle riaperture annunciate per domani, è che non ci attende comunque una rassicurante “età dell’oro” in cui tutto si è aggiustato e va bene. Con una mano possiamo idealmente brindare alle libertà e alle attività che tra poche ore ci saranno restituite. Con l’altra però sfogliamo il calendario e ci rendiamo conto che l’epoca delle spavalde sicurezze è finita da tempo.

Questi pochi mesi, ma a ben vedere anche i primi vent’anni del nuovo secolo, lo hanno ampiamente dimostrato. Alcune date lo confermano. Il 2001, con l’attacco dell’11 settembre alle Torri Gemelle; il 2008, con la crisi di Lehmann Brothers, la peggiore in ambito economico-finanziario, che ha messo in ginocchio l’intero sistema; dal 2015 in poi i ripetuti e devastanti attentati dell’Isis; questo 2020, con il coronavirus. Sottolinearlo non è atteggiamento da menagrami, ma semplice consapevolezza. Chi è al mondo in questo periodo storico deve fare i conti con molti più rischi e incertezze di prima, anche nel fortunato Occidente.

Ciò detto, tornando al contingente, ecco alcune parole-chiave che sembrano emergere. La prima è tempestività. Ancora una volta regole e istruzioni per la nuova fase arrivano all’ultimo momento. Potevano e dovevano essere comunicate almeno con un minimo di anticipo, ma questa non è davvero una prerogativa dei nostri governanti.

La seconda parola è autogoverno. Da domani dovremo fare un po’ di più da soli. La Lombardia non va ancora bene, ha tendenzialmente metà dei contagi e dei morti di tutta Italia, ma non se la sente di mantenere da sola le  restrizioni tuttora vigenti. E anche se i moduli per l’autocertificazione dei motivi di spostamento all’interno della stessa regione vanno in archivio, a maggior ragione i comportamenti dettati dalla responsabilità personale diventano ancora più importanti, decisivi.

C’è una terza parola significativa per la vita che ci aspetta ed è spazio, anzi spazio regolamentato. Dovremo rispettare le distanze: almeno un metro. Si è scongiurato in extremis il caos del distanziamento differenziato secondo i luoghi frequentati e le attività svolte. Una tale varietà di casi che ci avrebbe costretto a girare sempre pronti a estrarre il metro per le misure ripiegato in tasca. E, sempre a proposito di distanze, ma in senso più generale, l’equazione giusta in prospettiva sarebbe: “un po’ più lontani, ma con servizi più vicini”. Per non inquinare l’ambiente con continui e inutili spostamenti, per non affollare i supermercati, per non fare sempre e solo riferimento all’ospedale… Su questo però si dovrà lavorare molto e a lungo perché si tratta di creare ambiti operativi specifici e nuovi modelli culturali. Quanto ci è accaduto può aiutare.

Una riflessione finale. Nei giorni scorsi è stata lanciata l’idea di celebrare una Giornata della memoria per tutti i morti che se ne sono andati senza una persona cara presente accanto a loro, senza funerale, senza un saluto, a causa dei divieti conseguenti alla pandemia. Prima non siamo stati capaci di proteggere adeguatamente i più fragili tra noi e poi abbiamo dovuto lasciarli morire da soli. Ricordarli e ripensare a tutto questo è il minimo che si possa fare. Se non provvede il governo, si potrebbe decidere di farlo almeno a livello locale.

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