LE REGOLE DEL GIOCO E LA PASTA DEGLI UOMINI

di MARCO GUGGIARI

Promemoria per il 2012
Povere la nazione e la città che non hanno istituti di garanzie. Ma povere entrambe, se questi servono a scopi diversi da quelli per cui sono nati e devono esistere.
Como sta morendo. Deve ringraziare un calciatore se avrà per qualche mese il lungolago. Per il resto è nebbia, lì e per l’area ex Ticosa. Non si riesce nemmeno a tappare le buche nelle strade e a dare un aspetto decente ai giardini.
E in questo bell’orizzonte, il consiglio comunale che fa? È inchiodato a sedute estenuanti

, nelle quali non si decide alcunché. Mercoledì sera, ha inaugurato le riunioni in cui nemmeno si discute. Tutto si riduce a emendamenti e subemendamenti sul nulla. Presentati soltanto per fini ostruzionistici dal consigliere Alessandro Rapinese, che se ne fa apertamente vanto (a proposito, il presidente degli industriali oggi si straccia le vesti. Dovrebbe però anche interrogarsi sul fatto che Rapinese è stato eletto in una lista civica guidata dal suo predecessore).
Gli emendamenti sono importanti. Possono servire a migliorare una delibera. Possono allargare il consenso su un provvedimento. In passato è avvenuto, quando erano in ballo questioni di primaria importanza. Su quelle di coscienza ha avuto un senso preciso anche l’ostruzionismo.
Se però gli emendamenti sono vuoti, se si riducono a una ritualità che persegue fini diversi, diventano, a modo loro, eversivi. Nel senso che sovvertono l’istituzione, il suo corretto funzionamento, le regole.
Ecco, le regole. Se non è emergenza questa, di un capoluogo così smarrito, privato di prospettiva immediata, in balìa di un escamotage a suo modo violento, cosa lo è? Le regole dovrebbero essere rimesse al centro nel loro corretto significato. Chi può farlo?
Qual è il ruolo che può e deve esercitare in questa situazione il presidente del consiglio comunale Mario Pastore? È accettabile che dia un’interpretazione formalistica, ma estensiva, delle regole, favorendo nei fatti interventi compulsivi, cioé generati dall’impulso incontrollabile a ripetersi all’infinito?
Esistono altre figure istituzionali che possono favorire tecnicamente un’uscita dall’impasse? Può avere un ruolo in tal senso il direttore generale? È auspicabile un intervento del prefetto, a livello di moral suasion? O dobbiamo rassegnarci alla paralisi?
C’è poi la “pasta” degli uomini. E questa è tutt’altro che neutra.
Chi scrive ha avuto esperienza diretta, da cronista, di consigli comunali di un quarto di secolo fa. Grossi calibri di tutte le parti politiche discutevano e si scannavano per ore. Le riunioni erano interrotte da lunghe pause nelle sale attigue. Talvolta tutto questo generava accordi; altre volte no. Qualche assemblea consiliare (sul bilancio, sul polo fieristico di Villa Erba) iniziava alle 18 e terminava alle 11 dell’indomani mattina. Alla fine, si votava e ci si contava nel merito delle questioni. Era politica vecchia? È nuova e produttiva questa? Chiediamocelo, almeno tra un anno, se il consiglio comunale non sarà ancora andato a casa.

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