Le relazioni deviate del terzo millennio

opinioni e commenti di adria bartolich

di Adria Bartolich

La diffusione del fenomeno del bullismo e delle baby gang sembra un dato dominante delle relazioni deviate del terzo millennio.

La banda che ha spadroneggiato nella nostra zona, recentemente, è lì da vedere.  Il fenomeno riguarda i  giovani, soprattutto in età adolescenziale e pre-adolescenziale, ma non bisogna mai dimenticare che nell’educazione ha una grande parte l’imitazione dei comportamenti degli adulti   a cui, quasi sempre, i ragazzi fanno da specchio e  si ispirano. In altre parole guardiamo cosa succede ai giovani e capiamo cosa imparano da noi. Innanzitutto a non prendersi la responsabilità dei gesti che compiono.

Il gruppo ha la funzione di distribuire la responsabilità (“lo fanno tutti”) e di deresponsabilizzare nei confronti degli atti. Non ho la certezza che gli adulti siano molto diversi. La colpa è sempre degli altri,  dei politici, delle istituzioni, del vicino, del figlio di qualcun altro, mai nostra. Poi una totale assenza del senso della gerarchia, sia generazionale che sociale, come le minacce alle forze dell’ordine e agli adulti con la certezza di uscirne impuniti. Ma qualcuno ha mai insegnato loro la differenza tra un adulto e un componente del gruppo dei pari? Comportarsi da genitori, o da educatori, è esattamente il contrario che sentirsi pari grado. Significa in primo luogo assumersi la responsabilità di guidare e accompagnare un giovane  nella sua crescita, e cioè fornirgli gli strumenti per discernere ma anche per entrare in conflitto se la situazione lo richieda. Mentre relazionarsi come dei pari grado significa non assumersi le responsabilità che l’età adulta comporta. Attenzione a non confondere una crisi isterica con un intervento educativo. Sclerare, come direbbero i ragazzi, è solo dare sfogo alle emozioni. Un intervento educativo è l’esatto contrario. È tenerle sotto controllo e convogliarle in un’azione positiva.  Grande cautela, inoltre, a non eccedere con la mitizzazione della socializzazione e del gruppo.  Il primo modo per non buttare il cervello all’ammasso è infatti estraniarsi dalle dinamiche di gruppo.  Socializzare con tutti,  mito sul quale spesso si regge le valutazione degli obiettivi socio- affettivi  a scuola, non necessariamente è positivo, così come il fare gruppo. C’è nel fare gruppo sia della qualità che del disvalore. Chi non riesce a stare da solo è destinato a omologarsi totalmente alle esigenze e alla pulsioni del gruppo pur di non separarsene. Il gruppo può essere semplicemente un contenitore dell’individualismo allargato. Per usare le parole di un grande sportivo, Mickey Mantle, “Una squadra è dove un ragazzo può provare da sé il suo coraggio. Una gang è dove un vigliacco va a nascondersi”.

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