Le ultime carte della difesa

Strage di Erba – Il 3 maggio l’udienza davanti alla Corte di Cassazione
Gli avvocati di Olindo e Rosa puntano su cinque questioni
L’ultimo atto del processo per la strage di Erba sarà a riflettori spenti. Andrà in scena in un’aula del “palazzaccio” – così è chiamato il grande edificio della Cassazione sul Lungotevere, a Roma – senza telecamere, senza microfoni, senza nemmeno gli imputati i quali rimarranno nelle rispettive celle ad attendere l’esito del giudizio.
Il 3 maggio prossimo, giorno fissato per l’udienza, saranno trascorsi 1.604 giorni dalla serata maledetta in cui persero la vita, travolti da una furia

omicida senza precedenti, Raffaella Castagna, la mamma Paola Galli, il piccolo Youssef Marzouk e Valeria Cherubini, vicina di casa di Raffaella. In primo e in secondo grado, i coniugi Olindo Romano e Rosa Bazzi sono stati condannati all’ergastolo.
Colpevoli di avere ucciso senza pietà, anzi: con assoluta empietà. Con rancore e ferocia. Disumani nel loro furore. Olindo e Rosa, inseparabili finché sono stati liberi, sono in carcere da 1.570 giorni. Vi rimarranno, con molta probabilità, ancora a lungo. La loro unica speranza è riposta nel ricorso presentato dagli avvocati che con ostinazione, in questi anni, li hanno difesi. Un ricorso quasi monumentale: 537 pagine nelle quali sono ripercorse passo passo le vicende processuali della strage di Erba e ribadite in ogni forma possibile le «incongruenze» di un’istruttoria sempre contestata da parte dei legali dei coniugi Romano.
Sono almeno cinque le questioni che i difensori di Rosa e Olindo hanno voluto riprendere nei dettagli per chiedere l’annullamento della sentenza della Corte d’Assise d’Appello di Milano. Innanzitutto, la presunta inutilizzabilità delle confessioni dei coniugi erbesi.
Si legge nel ricorso che «la sentenza della Corte d’Assise d’Appello omette di valutare e comunque travisa le prove da cui emerge in modo chiaro e convergente che i coniugi sono stati indotti a confessare crimini mai commessi attraverso una serie di illecite interferenze esterne che hanno completamente compromesso la loro libertà e, soprattutto, la genuinità e veridicità del loro narrato». Un’obiezione più volte ripetuta, ovvero che Olindo e Rosa furono “accompagnati” a confessare con false promesse di libertà (per Rosa) e di pene miti (per Olindo). Altro motivo del ricorso sono le dichiarazioni con cui Mario Frigerio, l’unico sopravvissuto alla strage, riconobbe nel vicino di casa il proprio carnefice.
Gli avvocati della coppia erbese contestano alla Corte di secondo grado di aver accolto come unica prova «la deposizione di Frigerio nel dibattimento» di primo grado e di non aver preso in alcuna considerazione le precedenti dichiarazioni, rese pochi giorni dopo la strage, in cui lo stesso Frigerio, in un letto d’ospedale, affermava di «essere stato aggredito da una persona sconosciuta» di etnia nordafricana. Un uomo che, ovviamente, non avrebbe potuto essere Olindo.
Il terzo motivo del ricorso su cui punta la difesa riguarda il rigetto della richiesta di disporre una perizia psichiatrica sugli imputati. «Nel processo – si legge nel documento consegnato ai giudici di Cassazione – sono emersi fondatissimi dubbi sulla sanità mentale» di Rosa e Olindo «con conseguente necessità di far luogo alla perizia». Una scelta, quella di non sottoporre gli imputati a indagine psichiatrica – condivisa dai collegi di primo e secondo grado e che la difesa giudica semplicemente incomprensibile.
Gli ultimi due motivi di appello sono stati anch’essi al centro di lunghe battaglie giudiziarie e pubblicistiche. In primo luogo, la morte di Valeria Cherubini. La difesa ha sempre sostenuto come la moglie di Mario Frigerio sia stata “finita” nella sua casa, al secondo piano della palazzina del ghiaccio. Ipotesi, questa, che escluderebbe la colpevolezza di Olindo e Rosa. Nelle sentenze di primo e secondo grado, insistono i legali dei coniugi Romano, si sono negati persino «i dati scientifici». Infine, la questione delle piste alternative. Tutta l’inchiesta, dicono gli avvocati della difesa, è stata condotta senza mai prendere in considerazione un’ipotesi diversa da quella della colpevolezza dei coniugi Romano. L’indagine, insomma, sarebbe stata «unidirezionale». E ciò sarebbe accaduto «sulla base di personalissime convinzioni» di Luciano Gallorini, il comandante dei carabinieri di Erba, che per primo ebbe il sospetto che a uccidere fossero stati i Romano.

Dario Campione

Nella foto:
Olindo e Rosa durante il processo di primo grado per la strage di Erba. Lunedì prossimo il verdetto della Cassazione

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