«Ecco com’era mio zio don Renzo Beretta e cosa mi ha lasciato in eredità»

Parla Mario Annoni, nipote del parroco ucciso a Ponte Chiasso
Dello zio prete, morto per mano assassina, serba ricordi vivissimi fin da quando era bambino. Ogni tanto si fermava a trovarlo nella sua parrocchia di Ponte Chiasso. Quattro chiacchiere e, quasi sempre, l’impressione che don Renzo cercasse qualcosa. E che dalle esperienze della vita di ogni giorno raccontate dall’interlocutore di turno, in questo caso il nipote, cogliesse e valorizzasse risvolti solo apparentemente trascurabili.
Mario Annoni, settant’anni, comasco, un passato di sindacalista
nella Cisl, accetta di ricordare la figura di don Beretta, il sacerdote accoltellato a morte da un immigrato il 20 gennaio di tredici anni fa. Dalle sue parole, semplici e chiare, interrotte da un momento di commozione, affiorano affetto e stima.
Signor Annoni, qual è il suo primo ricordo dello zio don Renzo Beretta?
«Risale a quand’ero bambino, negli anni della Seconda Guerra Mondiale. Io ero a casa dei nonni, genitori di don Renzo, a Camerlata. Lui era seminarista, tornava e giocava volentieri con me. Poi ricordo tante vacanze estive a Livigno, dov’era vicario. Quando è stato mandato a Mandello, mio padre e io andavamo a trovarlo in bicicletta. Con lui c’è sempre stata tanta confidenza. Durante il mio servizio militare ci scrivevamo regolarmente. Con lui ho fatto la mia Prima Comunione. E don Renzo mi ha sposato…».
Nel tempo che idea si era fatto di lui: che tipo di persona era?
«Io l’ho sempre visto come lo zio, il fratello di mia mamma. Mi piacevano le sue omelie, perché non faceva mai prediche che ruotassero intorno al mondo. Il suo unico riferimento era sempre il Vangelo. Proponeva valori in modo semplice e comprensibile a tutti. Scriveva molto. Sono riuscito a recuperare una gran quantità di sue omelie, parte delle quali è ora in seminario».
Ha aneddoti che riguardano don Renzo?
«Una volta mi chiese di conoscere i sindacalisti che erano stati allievi di don Milani, di cui aveva grande considerazione. Li fece parlare davanti ai suoi ragazzi, quand’era parroco di Solzago. Spiegarono l’esperienza di Barbiana. Capì che i tempi e i luoghi erano diversi e dopo qualche giorno mi disse schiettamente in dialetto: “Ho capito che non si può ripetere quell’esperienza. Devo pensare a qualcos’altro”. Un’altra volta, quando era già a Ponte Chiasso, mi chiese qualcosa riguardo a un’industria tessile in crisi. Una settimana più tardi tornò in argomento e mi disse: “Sono convinto che fai bene il tuo mestiere”. Davanti al mio stupore aggiunse: “Sì, perché non ho mai visto un tuo articolo sui giornali”…».
Don Renzo morì all’età di 76 anni dopo aver aiutato centinaia di disperati di passaggio a Ponte Chiasso: i migranti in fuga dai loro Paesi, per guerre o estrema povertà. Uno di loro, Abdel Hakim Lakhoitri, un 31enne marocchino con la fedina penale lunga un chilometro, lo ripagò dandogli la morte.
Signor Annoni, da quanto ne ha ricavato lei, suo zio aveva consapevolezza di essere in “frontiera”, e non solo perché si trovava a Ponte Chiasso?
«Sapeva, si rendeva conto delle gravi difficoltà, ma mi accorgevo che per lui non contavano. Ogni tanto gli raccomandavo di stare attento. La situazione era delicata… Lui, però, voleva dare un’ospitalità vera, di qualità».
Quando è avvenuto il suo ultimo incontro con don Renzo?
«Due giorni prima che morisse. Mi ero fermato alla messa e poi a bere un caffè da lui. Abbiamo parlato degli immigrati che arrivavano a frotte. Io ribadii il concetto: “È sempre più pericoloso…”. Rispose spiazzandomi, da par suo: “Pericoloso, pericoloso… Qualche giorno fa sentivo urlare e qui sotto c’era un’immigrata stesa per terra che partoriva”».
Come ha saputo dell’omicidio di suo zio?
«Mi telefonò il vicario di Ponte Chiasso. Mi misi subito in auto, ma era troppo tardi…».
Qual è l’eredità più importante che le ha lasciato?
«Direi una frase che è anche un insegnamento. La ripeteva spesso: “Non fermarti mai; non accontentarti di quanto hai imparato. Cerca di impegnarti sempre di più per servire gli altri”».

Marco Guggiari

Nella foto:
Mario Annoni, sindacalista della Cisl, nipote di don Renzo Beretta (foto Mv)

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1 Commento

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    GIUDICI ANTONIO , 20 Ottobre 2018 @ 15:15

    DON RENZO ERA STATO IL MIO INSEGNANTE DI RELIGIONE, MA PIU’ CHE DI QUELLA, DI VITA E DI VANGELO VISSUTO.

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