Legge ticinese contro gli artigiani italiani. Dai giudici arrivano i primi colpi di piccone

Vacilla la legge sulle imprese artigiane (Lia) voluta un paio d’anni fa dal Parlamento di Bellinzona per arginare in Ticino il fenomeno dei cosiddetti “padroncini”, la concorrenza cioè delle aziende italiane in grado di competere molto agevolmente con quelle d’oltreconfine.
Il 20 novembre scorso, il Tribunale cantonale amministrativo – l’equivalente del nostro Tar – ha emanato una sentenza favorevole a un’impresa artigiana sopracenerina che contestava l’obbligo di iscrizione all’albo della Lia.
La ditta in questione, attiva nel commercio di arredi e attrezzature per uffici e abitazioni, si occupa anche di posa di pavimenti e di opere di falegnameria. E proprio per queste ultime era stata obbligata dalla Commissione di vigilanza della Lia – nell’ottobre 2016 – a iscriversi all’albo delle imprese artigiane.
La sentenza
«La decisione della Commissione di vigilanza che, accertando l’assoggettamento della ricorrente alla Lia, impone a quest’ultima l’iscrizione nell’albo delle imprese artigianali è lesiva della libertà economica». Questo il passaggio chiave della sentenza dei giudici amministrativi ticinesi, i quali hanno in sostanza smontato molte argomentazioni sin qui portate a sostegno della legge anti-padroncini.
Non esisterebbe, infatti, a parere dei magistrati, un reale interesse sufficiente «a giustificare le restrizioni imposte dalla Lia».
E proprio i «motivi intesi a proteggere le imprese» locali «da una concorrenza ritenuta sconveniente, figurando questa tra le ragioni che il legislatore cantonale ha esplicitamente indicato per giustificare l’adozione della Lia», sono stati considerati dal Tribunale amministrativo del Cantone «un’illecita interferenza nella libera concorrenza tra imprese che non può essere ammessa». Motivo per cui «l’interesse pubblico che dovrebbe giustificare le restrizioni della libertà economica poste a carico della società» ricorrente, concludono i giudici, «appare alquanto carente». Così come tutto l’impianto di una legge molto contestata.
Ovviamente, la notizia della decisione del Tribunale amministrativo ha riaperto ieri il dibattito sul destino della Lia, su cui pende peraltro un ricorso ben più importante (e potenzialmente “definitivo” davanti al Tribunale federale di Losanna.
Intervistato ieri sera dai giornalisti della tv svizzera, il consigliere di Stato Claudio Zali ha dichiarato che «a questo punto non è escluso che si debba fare un passo indietro definitivo» sulla Lia. Zali, esponente della Lega dei Ticinesi e mai molto tenero verso gli artigiani italiani, ha spiegato come «l’esistenza di problemi giuridici attorno all’impianto della legge» non cogliesse il governo di Bellinzona del tutto impreparato. Le osservazioni avanzate dalla ditta sopracenerina nel suo ricorso erano infatti le stesse «che il consiglio di Stato aveva già inoltrato al Gran Consiglio», il Parlamento cantonale. Dopo il pronunciamento del Tribunale amministrativo, quindi, lo stesso governo ticinese potrebbe anche proporre l’abrogazione della contestatissima legge voluta per limitare, con ogni mezzo, la concorrenza degli artigiani italiani.
Di parere diverso e comunque più cauto sono stati invece alcuni componenti della commissione di vigilanza della Lia, i quali hanno tentato di circoscrivere il pronunciamento dei giudici amministrativi al caso specifico preso in esame. «La decisione non va generalizzata perché riguarda un caso particolare – hanno scritto in un comunicato congiunto il presidente della commissione Renzo Ambrosetti e la direttrice Cristina Bordoli Poggi – Il caso cioè di un’azienda che svolgeva marginalmente anche attività artigianali assoggettate alla legge. Per questa ragione l’azienda aveva chiesto alla commissione se per tali attività artigianali fosse comunque necessario ottenere l’iscrizione all’albo». Secondo Ambrosetti e Bordoli Poggi, perciò, il Tribunale «ha stabilito unicamente che nel caso concreto, sostanzialmente in applicazione del principio di proporzionalità, la ditta non necessitava dell’iscrizione all’albo».
Più in generale, i due dirigenti della commissione ribadiscono come «la libertà economica non sia un diritto assoluto e possa legalmente essere limitato per ragioni di interesse pubblico preponderante», insistendo quindi sulla necessità e sull’utilità di una norma che freni la concorrenza degli artigiani provenienti dall’Italia».

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