«Elezioni a Como: non bastano i “sì” Servono garanzie alle nostre richieste»

Intervista a tutto campo a Francesco Verga, presidente degli industriali
Ascoltatore attento e signorile. Ma anche interlocutore chiaro, capace di bacchettare. Eppure prudente al punto che, in alcuni casi, dice meno di quanto vorrebbe. O così sembra. Francesco Verga, 59 anni, è presidente degli industriali comaschi da meno di cento giorni, il classico periodo della cosiddetta “luna di miele”, il tempo in cui un leader è seguito con maggiore interesse.
In famiglia è il secondo, dopo il fratello Martino, suo predecessore negli anni ’90, a guidare l’associazione

con sede in via Raimondi. In proposito, dopo la nostra chiacchierata, al momento dei saluti sorride e dice con una battuta: «Mi creda: è lui la parte migliore della famiglia».
Presidente, qual è il vero obiettivo che si è prefisso per il suo mandato?
«Recuperare a Confindustria il ruolo politico, in senso lato, che le spetta, per far funzionare le cose a Como con meno litigi e con maggiore concretezza. Dobbiamo tornare a essere il motore di cambiamenti coordinati. E basta polemiche: bisogna unire».
Cosa le piace di più di Como?
«La sua bellezza»
E cosa invece non le piace?
«Il fatto che nessuno accetti mai di fare un passo indietro. Tutti vogliono essere protagonisti e ciascuno si attacca con tenacia alla propria idea. Questo è individualismo fine a se stesso e non aiuta il bene comune».
Nel suo primo intervento davanti all’assemblea dell’Unione Industriali, lo scorso 4 luglio, lei ha esortato a “fare squadra”. Non è un’impresa disperata in una città tanto individualista?
«Però ci provo».
I nostri distretti industriali più specifici, il tessile e il legno-arredo, vivono ormai da vent’anni, per motivi diversi, una grande crisi della quale non si vede ancora la fine. Significa che, metalmeccanico a parte, siamo avviati ad abbandonare l’industria?
«Nel ’92 ci fu la grande manovra affinché l’Italia si agganciasse ai primi per entrare in Europa. Ci riuscimmo e quando l’Italia “parte” non è da sottovalutare. Dal ’95 è iniziata l’erosione. Oggi siamo passati dalla crisi economico-finanziata a una crisi di fiducia, ma non vedo la fine dell’industria».
Come vede l’ipotesi di una società comasca in prevalenza di servizi, il cosiddetto terziario avanzato?
«La ricchezza è creata dal manifatturiero, che rappresenta tuttora la quota più significativa della nostra economia. Dobbiamo mantenerlo. I servizi incidono per meno del 10%».
E il turismo?
«È qualcosa su cui investire, ma siamo intorno al 7-8%. Servono un’idea – quale turismo? – e un progetto per i prossimi dieci anni».
Ma allora cosa bisogna fare per rilanciare il manifatturiero a Como?
«Cambiare mentalità. Tutto si muove nel mondo. Noi dobbiamo aiutare le aziende poco internazionalizzate a crescere e ad adattarsi. La velocità con la quale mutano le condizioni aumenta in modo esponenziale. Le imprese devono essere flessibili per affrontare questi cambiamenti. Penso, per esempio, alla necessità di fare ricerche per interpretare le esigenze della gente e dare risposte tempestive».
Nel suo discorso d’insediamento, lei ha anche richiamato il dialogo con le istituzioni locali, sottolineando il valore della “reciprocità” di tale dialogo…
«Tra poco a Como ci saranno le elezioni. Sarebbe bello se Confindustria avesse una posizione comune assieme alle altre associazioni. Poi non possiamo accontentarci del “sì”, scontato, dei politici alle nostre richieste. Servirebbero garanzie effettive che alle promesse seguano i fatti. Il problema è con quali strumenti».
Un tempo si diceva che gli industriali stanno con chi è al potere. Con le ultime due presidenze nazionali, di Montezemolo e Marcegaglia, ma anche a Como con Taborelli, si è scoperto che non è così. Cos’è cambiato?
«Siamo al di fuori delle logiche di posizionamento politico. Guidichiamo in base ai programmi economici del governo. E così dev’essere anche a livello locale. Dobbiamo concentrarci sulle cose da fare e che sono utili al bene del Paese e della città»
Ma voi non farete politica in proprio?
«Direi proprio di no».
A Como, alle ultime elezioni amministrative, però ci fu una lista ispirata da una parte degli industriali, capeggiata dall’allora presidente uscente Giorgio Carcano. Succederà ancora?
«No e occorre distinguere tra i singoli e l’Unione. Non corrispondeva, e non corrisponde oggi, alla volontà dell’associazione di entrare in competizione diretta».
Ma voi, come categoria, cosa potete fare per questa città?
«Facciamo già qualcosa. Siamo presenti in tutti i progetti. Unici in Italia, abbiamo tre scuole sul territorio».
Con il senno di poi, Villa Erba non è stata un esempio di scarsa lungimiranza su cosa sarebbe accaduto dopo: penso alla crisi del tessile?
«Una cosa che a me dà tanto fastidio è il senno di poi, di cui, com’è noto, sono piene le fosse. Io non ho vissuto la nascita di Villa Erba. Quindi non critico niente».
Non fa tristezza vedere che non esiste più nemmeno Ideacomo, l’unica vera vetrina mondiale per noi?
«Sì, ma sono cambiati i tempi. Se alle aziende non interessa più, è inutile piangere. Stiamo ragionando sull’utilizzo del marchio all’interno di altre fiere. Ma le aziende devono dire cosa vogliono».

Marco Guggiari

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