«Ero nel primo drappello di Alpini giunto a Longarone»

Il cabiatese Luigi Tremolada, testimone della tragedia del Vajont, parla dopo mezzo secolo
«Ho tenuto dentro di me per tanto tempo quello che ho visto e vissuto. Non me la sono mai sentita di parlarne con qualcuno. Ma viene il momento in cui si trova il coraggio di buttare fuori certe cose. Per me, forse, quel momento è adesso». Luigi Tremolada, settant’anni, di Cabiate, fissa il suo sguardo negli occhi di chi lo ascolta e deglutisce. È stata dura, ma il suo racconto merita di essere ascoltato e riferito. All’epoca dei fatti, il 9 ottobre 1963, era soldato di leva nei ranghi degli
Alpini. La sorte volle che fosse testimone dell’immane tragedia del Vajont e tra i primissimi ad arrivare sul luogo del disastro, a Longarone.
Quella sera, alle 22.39, una frana gigantesca si staccò dal Monte Toc, cadendo nel lago artificiale formato dalla diga sottostante. L’onda di enormi dimensioni che si generò e si rovesciò a valle spazzò via in pochi istanti anche il paese del Bellunese, causando la morte di 1.910 persone, 1.450 delle quali solo a Longarone.
Tremolada era un soldato 20enne. Prestava servizio a Belluno, nel 7° Alpini. Incarico di staffetta sci. «L’allarme in caserma scattò alle 23 – ricorda – l’ora in cui ci ritiravamo nelle brande. A mezzanotte eravamo sul posto. Il nostro fu il primo drappello: diciotto uomini in tutto».
Le parole si fanno difficili, il discorso faticoso. Il giovane Luigi si imbattè letteralmente nell’apocalisse. «Il nostro camion militare arrivò fin dove poteva. Poi arrancò nella melma. Scendemmo e ci ritrovammo subito immersi nel fango al buio. Un mio commilitone si imbattè in un piede. Era il primo morto?». L’alpino di allora chiede di non essere interrogato sui particolari. Non riesce a rievocare quella scena e tante altre che seguirono per un’intera settimana. Immagini da incubo, orribili, tornate alla sua mente per tutta la vita. «L’emergenza era totale – prosegue – Noi potevamo soltanto scavare». Mostra un coltellino dalla custodia consunta. A lui, per ore, toccò farlo con quel solo strumento e con le nude mani. Andò avanti così fino alle dieci della mattina seguente. «L’ho tenuto per sempre con me, come una reliquia, nascosto anche agli occhi di mia moglie e dei miei tre figli: un maschio e due femmine».
Per numero di vittime Longarone segnò la più grave sciagura del dopoguerra causata dall’uomo. Quella diga non doveva essere lì.
I segnali sinistri, chiarissimi, di quanto stava per accadere furono ignorati, nonostante le insistenti denunce di chi tentò di prevenire il terribile evento. «Lì, nella Valle del Piave – prosegue Luigi Tremolada – tanti morirono per lo spostamento d’aria. Lo capimmo da com’erano ridotti i poveri corpi che recuperammo. Pochi sanno cosa c’era in quelle bare».
Ci fu chi tornò dalla Germania, dov’era immigrato per trovare lavoro, nella speranza di ritrovare i propri cari. «I sopravvissuti erano come impazziti. Ricordo un uomo che ci apostrofò: “Alpini, qui c’era la mia casa. Io avevo papà, mamma, moglie e tre figli. Non avete trovato nessuno?”. Tutt’intorno a noi, però, c’era un’immensa spianata. Tutto quello che potevamo fare era scavare senza sosta».
Luigi Tremolada trovò il coraggio di tornare a Longarone assieme a sua moglie nel 1998, trentacinque anni dopo quell’ottobre del 1963. «Io guidavo e appena ho intravisto la diga l’auto si è fermata. Non riuscivo a proseguire? In paese ho avuto un’accoglienza strepitosa. Una ragazza di trent’anni, che all’epoca non era ancora nata, non finiva di ringraziarmi?».
Il vero incontro che lasciò un altro segno indelebile doveva però avvenire poco dopo. Tremolada fu indirizzato a una sopravvissuta. Il racconto diventa romanzo, eppure verità. «La trovai nell’orto di casa. Le accennai al fatto che ero lì nei giorni della catastrofe e che poco lontano da lì avevo trovato un uomo morto con un grande anello al dito. “Era mio zio”, disse lei. Poi rievocai che in quei giorni c’erano alcune bambine che portavano a noi soldati un po’ di polenta con latte di capra. Quella donna mi gettò le braccia al collo: “Io ero una di loro”, sussurrò. Aveva dieci anni. Il Signore esiste», chiosa l’anziano alpino.
Per quasi mezzo secolo Luigi Tremolada ha tenuto per sé la sua drammatica esperienza. Fin dall’inizio si chiuse a riccio anche con i familiari: «Tornato a Cabiate alla fine del servizio militare, che all’epoca durava quindici mesi, ingiunsi ai miei otto fratelli, quattro maschi e quattro femmine: “Chiedetemi tutto, ma non del Vajont”».
La preghiera fu esaudita. Ma Longarone e la Valle del Piave sono rimasti nel suo cuore di uomo e di alpino. «In quei giorni terribili non versai una lacrima. Quando mi caricarono sul camion perché era venuto il momento di tornare in caserma, invece piansi da Longarone a Belluno. Ormai mi sentivo anch’io uno di loro, appartenevo un po’ a quella povera gente e a quella martoriata terra».

Marco Guggiari

Nella foto: soccorritori all’opera nell’area dove sorgeva Longarone dopo la frana del Monte Toc che finì nella diga sottostante causando un’onda gigantesca di acqua e fango

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