L’estero attrae nonostante le possibilità di lavoro in Italia

La città di Como vista dall'alto

Il paradosso, almeno all’apparenza, è evidente. In molti, soprattutto giovani, pur vivendo in province industrializzate e capaci di offrire ampie opportunità di lavoro, se ne vanno. Emigrano, lasciano senza esitazioni l’Italia per andare all’estero. E quello che colpisce è proprio il fatto che non si tratta di persone in fuga, magari come avveniva in passato dalle regioni del Sud, dove il lavoro spesso mancava e le opportunità latitavano. Ecco allora che anche la provincia di Como entra nei primi posti – è dodicesima – tra i territori dai quali si parte per lasciare l’Italia. Se infatti la media nazionale indica nello 0,25% della popolazione la quota di quanti partono, in riva al lago questa cifra sale addirittura allo 0,36% in base ai dati dell’Istat relativi al 2017. Numeri illustrati dal Corriere della Sera nei giorni scorsi.
Ciò che ancor più impressiona è che, sempre in merito al territorio comasco, il tasso medio di occupazione è del 64,79%, dunque ben al di sopra della media nazionale, ferma al 58,5%. Sono cifre che parlano sicuramente di una voglia innata di scoprire le possibilità esistenti al di fuori dai confini patri, ma che probabilmente non prescindono dalla crisi economica che certi distretti produttivi hanno attraversato negli ultimi anni come, ad esempio, proprio il tessile comasco.
Quello che è certo è che le motivazioni non possono essere solo economiche ma esistono anche fattori culturali e psicologici alla base della ferrea volontà dei giovani di lasciare il territorio di appartenenza per avventurarsi nel mondo. Alle spalle di Como si posiziona un altro territorio lombardo, quello di Varese, con un “esodo” dello 0,33% e un tasso di occupazione ancor più alto del Lario e pari allo 67,61%. «In effetti un elemento di irrazionalità è senz’altro presente in questo contesto. Se in passato lo stimolo era in prevalenza rappresentato dall’aspetto economico, oggi invece sembra prevalere la voglia di partire. Una spinta che deriva dalla cultura elevata che queste persone hanno e inoltre si tratta di un atteggiamento frutto anche della globalizzazione dell’informazione – spiega il professor Giorgio Zamperetti, delegato del retore dell’Università dell’Insubria all’Internazionalizzazione – Fattore questo che consente di sapere con certezza tutte le eventuali offerte di lavoro esistenti in un Paese estero. Inoltre c’è da sottolineare anche un altro elemento. Il nostro tessuto produttivo è in larga parte composto da piccole e medie imprese. Se un neolaureato, magari in uscita dalla Bocconi, volesse intraprendere la carriera da manager in una grande azienda avrebbe inevitabilmente la spinta a guardare fuori dai confini nazionali». Dallo studio risulta come i primi tre posti siano occupati dalle province di Bolzano e Imperia, entrambe con lo 0,50% a fronte di un dato occupazionale rispettivamente del 72,89% e del 56,77%, seguite da Macerata. «È un fenomeno che provoca inevitabilmente un problema per l’Italia che perde delle risorse», chiude Zamperetti.
«Gli stimoli che si ricevono sono tantissimi e la voglia dei ragazzi, soprattutto di quelli che hanno avuto la possibilità di studiare e di crescere in aree culturalmente sviluppate, è forte e li spinge a partire. Anche a me è successo di andare all’estero per due anni, finiti gli studi, per poi tornare – afferma Antonio Pozzi, vicepresidente con delega all’Education di Confindustria Como – Io stesso dico ai ragazzi di provare e di essere naturalmente pronti alla sfida. E uno degli elementi chiave rimane sempre la conoscenza delle lingue. Personalmente se mi arriva un curriculum con indicata la conoscenza solo dell’inglese non lo prendo neanche in considerazione. Ormai sapere una lingua è quasi obbligatorio e in territori sviluppati come i nostri questi concetti sono ben radicati». E poi c’è l’aspetto delle offerte di lavoro. Chi magari punta a far carriera nelle grandi aziende, all’interno di multinazionali, «in Italia è svantaggiato. Chi ambisce, ad esempio, a diventare un manager informatico non potrà che guardare all’estero. Qui in Italia e nel Comasco le aziende di tal natura sono piccole – prosegue Pozzi – Certo, spiace se poi queste risorse rimangono all’estero perché qui da noi non si creano le condizioni economiche favorevoli per consentire, a chi lo volesse, di rientrare».
E anche il percorso inverso avviene. «Capita che ci siano anche laureati in arrivo da Paesi stranieri che vogliono provare esperienze lavorative qui da noi – conclude Pozzi – Noi siamo in grado di offrire molte competenze, che poi sempre più spesso sono quelle che attirano chi proviene da fuori».

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