L’estremo sacrificio del carabiniere eroe: il ricordo di Sebastiano D’Immè

Sebastiano D'Immè

Laura, la giovane sposa del maresciallo, camminò per qualche minuto fuori da quella triste camera d’ospedale. Il suo dolore era troppo grande, ma doveva dare una risposta al medico. Alla fine decise che avrebbe detto di sì all’espianto degli organi del suo Sebastiano: cuore, fegato e reni, perché così avrebbe voluto anche lui. «Conoscendo mio marito – spiegherà molti anni più tardi – pensai che sarebbe stato contento di questa scelta». Sebastiano D’Immè era un carabiniere «venuto da una terra lontana a dare la vita per noi, senza alcuna esitazione», come disse il generale di Brigata dell’Arma Leopoldo Maria De Filippi, comasco, presente in città nel 2013, alla cerimonia d’intitolazione a D’Immè della sede dei carabinieri in congedo di via Volta, nel centro storico del capoluogo lariano. L’eroico gesto finito in tragedia avvenne il 6 luglio 1996. Il maresciallo aveva 31 anni e una moglie da appena tredici mesi. Era nato il primo giorno del 1965 a Militello Val di Catania, dove gli amici d’infanzia lo ricordano ancora oggi come un ragazzo premuroso, educato, generoso e leale.
Dopo il diploma di maturità scientifica e il servizio militare si era arruolato, frequentando la Scuola Sottufficiali di Velletri e di Firenze. A Vimercate, in provincia di Monza e Brianza, sua prima destinazione come vicebrigadiere, aveva conosciuto la commessa di un negozio, Laura Tentori, di cui si era innamorato e che avrebbe portato all’altare. Poi venne il passaggio al Nucleo Operativo del Comando provinciale di Como, dove rimase in servizio per sette anni.
Qui, mentre svolgeva un’indagine su una banda formata da una dozzina di rapinatori attivi nel Comasco e in Lombardia, un sabato mattina avvenne l’irreparabile.
D’Immè si trovava insieme con un altro sottufficiale a bordo di una Fiat Punto con targa civile, un’auto civetta, in via Parini, davanti al municipio di Locate Varesino, paese di 5mila abitanti che, nonostante il nome, è in provincia di Como.
Lì, verso mezzogiorno, intercettarono due pregiudicati a bordo di una Fiat Croma targata Milano, rubata e sfuggita a un posto di blocco, a proposito della quale avevano poco prima ricevuto una segnalazione via radio.
I due carabinieri si avvicinarono in abiti borghesi. Gli occupanti dell’auto finsero di scendere e invece scatenarono l’inferno, sparando dai finestrini con un mitra e con una pistola e seminando il terrore tra i passanti.
Riparato dietro un albero e pur colpito in più parti del corpo, Sebastiano D’Immè rispose al fuoco, cadendo poi gravemente ferito a causa di un proiettile che gli aveva procurato una devastante emorragia alla carotide. Soccorso e trasportato all’ospedale, prima a Tradate e poi a Varese, venne sottoposto a un disperato intervento chirurgico di cinque ore ad opera dell’équipe di neurochirurgia del professor Alberto Dorizi. Non bastò. Nella notte fu dichiarato clinicamente morto e l’indomani mattina, poco dopo le 10, spirò in una stanza al primo piano del reparto di Terapia intensiva.
Laura aveva 27 anni al momento della morte di Sebastiano. A distanza di tempo dirà: «Quando una morte è violenta, causata da mano armata, il lutto subìto è ancora più difficile da elaborare». Del carattere del marito che non c’è più racconta: «Era molto rispettoso e altruista. Piuttosto che offendere una persona, preferiva stare male lui». Una volta che avevano litigato, come succede a tutte le coppie, tornando in caserma dopo una missione, Sebastiano passò di notte davanti a casa e volle lasciarle sul parabrezza dell’auto un bigliettino che, letto a distanza di tempo, assume un significato premonitore: “Lascia stare… La vita è già crudele… Si incaricherà lei di separarci…”.
Di quel maledetto sabato mattina Laura ricorda tutto, minuto per minuto: «Stavo riordinando la casa. Chiamarono mio marito perché c’era un servizio da fare. Lui telefonò a mio papà che era ammalato e gli disse: “Torno alle due e vengo a trovarla”. Mentre riassettavo, avevo il televisore acceso. Suonò il citofono. Io, poco prima, avevo sentito dire in tv che c’era stata una sparatoria e che un carabiniere era rimasto ferito. Mi affacciai al balcone e vidi il capitano, che conoscevo. Nel tempo che mi occorse per rientrare dal balcone e andare ad aprirgli pensai: “È successo qualcosa”. Lui salì e mi disse che Sebastiano era rimasto colpito in una sparatoria. Io, per la rabbia, ruppi un oggetto in casa. Chiesi se mio marito era vivo o morto. Rispose che era ferito e mi invitò ad andare con lui all’ospedale di Varese dove trovai il generale Luigi Federici, all’epoca comandante dell’Arma, che per me fu come un padre, una persona speciale. Al momento mi dissero che Sebastiano avrebbe perso un occhio. Ma non era così, era stato colpito in modo molto più grave…». Al suo funerale, nel Duomo di Como gremito in un caldo pomeriggio di luglio, sotto un cielo che più azzurro non si poteva, resero omaggio alla bara avvolta nel Tricolore anche il ministro dell’Interno dell’epoca e futuro capo dello Stato Giorgio Napolitano e il suo collega della Difesa, Beniamino Andreatta. Quindici minuti di rintocchi a lutto per la morte del primo carabiniere caduto durante una sparatoria nel Comasco precedettero l’ingresso nella Cattedrale.
I banditi del conflitto a fuoco furono catturati 48 giorni più tardi, il 23 agosto 1996, nei giardinetti di largo Rio De Janeiro, quartiere di Città Studi, a Milano. Alle 11 del mattino, Luigi Bellitto e Rocco Agostino, questi i loro nomi, vennero intercettati da tre carabinieri in borghese.
Anche in questo caso simularono di obbedire all’ordine perentorio dei militari dell’Arma – «Alzate le mani e mettetevi con la faccia a terra!» – ma subito iniziarono a sparare, facendo spuntare le pistole da sotto le ascelle. Nel furioso scontro che seguì furono esplosi quaranta colpi di pistola e di mitraglietta all’interno dei giardini pubblici. Bellitto, 36 anni, messinese ma residente a Saronno, fu ferito e morì poche ore dopo all’ospedale Fatebenefratelli. Agostino, 33 anni, calabrese di Grotteria e residente a Meda, anch’egli colpito a un braccio e alle gambe, venne arrestato e condannato all’ergastolo nel processo in Corte d’Assise a Como nel 1997 e in quello d’Appello, celebrato a Milano l’anno seguente. Negò sempre di essere stato presente a Locate.
Sebastiano D’Immè è Medaglia d’Oro al valor militare alla memoria, con riconoscimento del 18 maggio 1998 da parte del presidente della Repubblica Oscar Luigi Scalfaro. Ecco le motivazioni: “(…) non esitava ad affrontare i malviventi, venendo però fatto segno a violenta azione di fuoco. Benché colpito in più parti del corpo, con eccezionale coraggio e non comune determinazione, replicava con l’arma in dotazione finché si accasciava esanime al suolo. Fulgido esempio di elette virtù militari e di altissimo senso del dovere, spinto fino all’estremo sacrificio”.
La moglie Laura ricorda: «È morto, ma nel modo migliore in cui lui poteva morire. Quelle erano la sua strada, la sua vocazione, e anche se l’hanno portato alla morte lui sarebbe stato orgoglioso di finire così. Poteva morire in qualunque altro modo. È accaduto mentre faceva ciò in cui credeva».
Il giudice Armando Spataro, che sarà in seguito procuratore della Repubblica presso il tribunale di Torino, aveva conosciuto Sebastiano D’Immè nel 1992, anno in cui nacque la Direzione Distrettuale Antimafia. Lavorò con il giovane sottufficiale dei carabinieri nell’ambito di inchieste importanti. Tra le altre, quella relativa alla presenza di organizzazioni mafiose nella provincia lariana.
Di lui disse: «Era la punta di diamante dei carabinieri di Como, con una conoscenza del territorio e delle famiglie della ’ndrangheta ramificate nel Comasco veramente straordinaria. Era inoltre una persona capace di spingere sul piano investigativo, aveva e proponeva iniziative continue all’autorità giudiziaria». Spataro tracciò anche il profilo personale del carabiniere ucciso: «Era un ragazzo di una correttezza incredibile, non l’ho mai sentito pronunciare una parola che non fosse di fiducia totale per la magistratura. Sul piano umano posso solo dire che aveva una capacità splendida di trattare con i pentiti. Mi risulta che un collaboratore di giustizia che ha avuto rapporti con il maresciallo D’Immè fosse addolorato quanto gli stessi carabinieri della sua uccisione».
«Tutte queste cose – è la conclusione del magistrato – facevano di lui un ragazzo che ho amato e considerato un amico. La sera prima della sparatoria avvenuta a Locate ero a cena con il nuovo comandante del Ros (Raggruppamento Operativo Speciale, ndr) di Milano. Si stava parlando del suo reparto, che gli consigliai di rafforzare con alcuni elementi ritenuti da me validi. Tra i sottufficiali che io conoscevo gli dissi che bisognava a tutti i costi portare al Ros il maresciallo D’Immè». Spataro è anche autore dell’introduzione di un libro dedicato al maresciallo ucciso, “Nome in codice, Ombra” (ed. Laurus Robuffo), scritto a quattro mani dal capitano dei carabinieri di Desio Cataldo Pantaleo con il giornalista Mirco Maggi, corrispondente dell’Ansa.
Il volume ricostruisce l’ultimo anno di vita di D’Immè, la sua tragica morte e le successive indagini. È un’opera non-fiction, un mix di romanzo e realtà basato su una rigorosa ricostruzione dei fatti e degli atti processuali, con foto e testimonianze di parenti e colleghi del maresciallo ucciso.
Parte del ricavato dell’opera è stato devoluto all’Onaomac (Opera Nazionale Assistenza Orfani Militari Arma Carabinieri). Il capitano Cataldo Pantaleo ha anche parlato del suo amico D’Immè nel corso di una serata musicale dedicata a lui nel marzo 2017 al Teatro Manzoni di Monza dalla locale Associazione Carabinieri: «La storia di Sebastiano – ha detto – doveva essere raccontata. Era utile per i bambini e per i grandi. Era un uomo semplice, un carabiniere semplice. Ma si distingueva dagli altri per l’amore e per la passione, per l’umiltà e per senso di responsabilità».

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