Lettera di un sacerdote: «Sì alla moschea ma a pari condizioni»

Don Ernesto Taiana: «Sermoni, riunioni e incontri siano rigorosamente tenuti in italiano»
La moschea per gli islamici non è «soltanto un luogo di culto. Funziona anche come centro culturale. È poi un ritrovo dove si discute di politica, economia e dei rapporti con la comunità in cui si vive». La parole sono di don Ernesto Taiana, fino all’anno scorso collaboratore nella parrocchia Beata Vergine Immacolata a Ponte Chiasso, il quale con una lettera inviata al Corriere di Como riaccende il dibattito sulla possibile presenza in città di una moschea. «È giusto sottolinearlo

perché, a livello istituzionale, nel concedere l’approvazione a costruire, si dovranno considerare fattori diversi, a partire dalle leggi vigenti e non soltanto il diritto di poter pregare in un luogo dignitoso il proprio Dio».
Massima apertura quindi al culto, purché senza prevaricazioni. «Anche per la costruzione di una chiesa, la comunità cristiana è tenuta a osservare alcune regole. Deve trovare aree adatte, spesso modificare i progetti, pagare di tasca propria terreni e edifici», aggiunge don Ernesto. Una premessa necessaria per parlare di convivenza. E visto che la «moschea ha rilevanza religiosa, sociale e politica, è necessario che sermoni, riunioni, incontri siano rigorosamente tenuti in italiano, per una reale trasparenza e per una reale integrazione e convivenza – dice don Ernesto – Non così le preghiere».
E anche se vi dovessero essere difficoltà legislative od ostacoli burocratici, «esistono vie e strumenti per far valere i propri diritti nel rispetto delle regole di convivenza», spiega don Taiana. Un’analisi approfondita che va ben oltre. «In Occidente i mussulmani hanno ampia possibilità di esprimere, anche pubblicamente, la loro fede. Nella maggior parte dei Paesi islamici ciò è vietato – dice don Ernesto – Perché, tra le condizioni per l’assenso alla costruzione di una moschea, i nostri amministratori non esigono che in un Paese islamico con cui prendere accordi, si permetta la costruzione di una chiesa cattolica? Nella prospettiva di una vera crescita e nel reciproco rispetto. La libertà religiosa è diritto inalienabile di ogni persona e comunità religiosa».
Considerazioni di carattere generale che vanno oltre. La volontà è infatti riuscire a risolvere, anche seguendo altre vie, il “problema moschea”. «I nostri fratelli islamici potrebbero più semplicemente, e senza grossi problemi, ricorrere a una soluzione molto diffusa nei loro Paesi di origine: creare le Musasalla – dice don Ernesto – Sono come piccole “cappelle”, spesso situate al piano terra di una casa, che possono contenere alcune decine di persone. Sono luoghi utilizzati per la preghiera del mezzogiorno dalla gente che è per strada o che vi si reca dalle case vicine».
Anche perché, in base alle legge islamica, «è possibile pregare ovunque. Anzi, per le preghiere comuni non è necessario andare in moschea, perché il mondo intero è considerato “la grande moschea”», puntualizza don Ernesto. Parole sincere, emerse naturalmente «perché da anni studio islamistica e arabo per il vivo desiderio di poter dialogare con gli islamici che vivono tra di noi», conclude il sacerdote.

Fabrizio Barabesi

Nella foto:
Gli islamici di Como pregano da tempo all’aperto. Per questo chiedono con insistenza di avere una moschea

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