Lev Libeskind, la sua Como e il monumento del padre

The life electric

© | . . Lev  Libeskind

«Si deve dare un’opportunità al nuovo perché contribuisca al tessuto urbano. E credo che chi è contrario cambierà idea una volta vista l’opera ultimata». Lev Libeskind, figlio dell’architetto americano che ha donato alla città il monumento dedicato ad Alessandro Volta, è fiducioso sul fatto che, nonostante le critiche anche accese che “The Life Electric” ha suscitato tra i comaschi, alla fine il monumento farà breccia nel cuore dei lariani.

Il figlio dell’archistar statunitense vive a Milano da alcuni anni, come spiega lui stesso. «Nel 2011 i miei genitori mi hanno chiesto di trasferirmi a Milano per creare un legame permanente con l’Italia e per gestire direttamente i nostri progetti sul territorio. Così ho fondato due società: Libeskind Design & Libeskind Architettura. Oggi sono felice di poter dire che gestiamo progetti architettonici e di design non solo in Italia ma in tutto il mondo. Vivo a Milano con mia moglie e i nostri tre figli. La più giovane, come mia sorella, è nata a Milano, città in cui io sono cresciuto. Per questo ho la fortuna di parlare la vostra lingua. I miei genitori, la mia famiglia e io abbiamo investito personalmente su Milano, sull’Italia e sul suo futuro».
Qual è il suo personale rapporto con la nostra città e il Lario? Sappiamo che suo padre ama Como e ci piacerebbe anche sapere se lei apprezza il nostro territorio.
«Da tanti anni è un luogo dove torno molto spesso – spiega Lev Libeskind – Tra l’altro, da bambino ho vissuto brevemente a Como durante la Summer Session organizzata da mio padre, era il 1988. Mi piace tutto della città ma amo particolarmente camminare lungo le strade strette e poi girare un angolo e rimanere sorpreso alla vista del lago. Non è un’abitudine del nostro Studio donare progetti. In questo caso, però, ci ha spinto il legame personale nonché l’amore per Como».
Di “The Life Electric” si è parlato molto e penso che lei abbia seguito il dibattito. Che cosa pensa, prima di tutto, di questo monumento? Anche lei ha collaborato al progetto?
«Nella mia veste di capo dello Studio Libeskind in Europa sono ovviamente stato coinvolto nel progetto sin dal suo inizio. Sono convinto che il monumento sarà una nuova attrazione per la città, diventando un simbolo apprezzato sia dai comaschi che dai turisti».
Come lo giudica contestualizzato nel nostro lago?
«Daniel e io, assieme al nostro direttore tecnico, Giuseppe Blengini, e all’Associazione Amici di Como, abbiamo visitato Como molte volte per discutere il giusto posizionamento dell’opera e per accertarci che il design fosse rispettoso del lago, della sua riva, delle viste panoramiche e dei monumenti visibili dal primo bacino, tuttavia creando qualcosa di iconico».
Come saprà, ci sono state molte polemiche ed è stato indetto anche un referendum per chiedere un parere alla città. Che cosa ne pensa?
«Ho lavorato con mio padre a New York durante i primi anni di Ground Zero. Allora, molte persone avevano opinioni fortissime a proposito di come il sito dovesse essere riscostruito. In veste di Master planner, Daniel ha voluto creare consenso. Aveva un’idea forte e il Master plan è rimasto fedele al suo pensiero. Oggi gli abitanti di New York sono entusiasti della ricostruzione. Le nuove idee urbane tendono a suscitare emozioni. Le persone tengono caramente alla propria città: è giusto che sia così. Ma credo che si debba dare un’opportunità al nuovo, perché contribuisca al tessuto urbano. Tengo a dire che abbiamo attraversato un lungo processo di commenti, modifiche con, infine, l’approvazione dell’opera da parte di tutte le autorità competenti».
Alle persone contrarie che cosa si sente di dire?
«Credo che i contrari, per qualsiasi ragione, cambieranno idea un volta vista l’opera ultimata. Quando mio padre progettò e costruì il Museo Ebraico di Berlino, moltissime persone credevano che sarebbe stato architettonicamente troppo moderno. Oggi invece è uno degli edifici più amati della città, con milioni di visitatori l’anno. A volte alcuni progetti all’inizio sono controversi e poi diventano una parte preziosa del contesto urbano. Dato che il monumento è un omaggio ad Alessandro Volta, vorrei ricordare che gli esperimenti dello scienziato comasco toccarono una delle più grandi controversie nella storia della scienza, quella circa le proprietà dell’elettricità e del metallo. Le opinioni di Volta furono infine accettate».
Immagino che con suo padre abbia parlato delle polemiche. Posso chiederle che cosa vi siete detti?
«Ovviamente ho parlato di questa situazione con mio padre. Ma fa parte di un processo: la migliore architettura contemporanea dovrebbe creare nuovi orizzonti e modi inaspettati di vedere le cose, letteralmente. L’Architettura con la A maiuscola dovrebbe continuare a porre delle domande, anche una volta accettata come parte integrante della città. In qualche modo la Casa del Fascio è tutt’oggi un edificio controverso. Questa caratteristica fa parte del suo potere».
Che cosa pensa del Razionalismo comasco, tanto amato da suo padre? Secondo lei è una risorsa che Como valorizza bene o potrebbe fare di più?
«Il Razionalismo è un momento chiave nella modernità. È storicamente legato al fascismo e quindi al capitolo più buio del ventesimo secolo. È responsabilità dell’era democratica in cui viviamo filtrare la luce del Razionalismo comasco al di fuori di quell’oscurità. Ci sono inevitabilmente dei collegamenti tra la nostra opera e gli edifici comaschi di quell’epoca. Ma – conclude Lev Libeskind – lascerò che sia mio padre a spiegarli».
Massimo Moscardi

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1 Commento

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    Walter Astor , 24 Gennaio 2015 @ 19:20

    No, Lev. You are WRONG! Daniel Libeskind should NEVER be given the opportunity to try his cheesy brand of modernism ever again. People in Toronto, Denver, Milan … etc. all made the grave mistake of letting Danny play architect with disastrous results. His work is a critical and popular disaster. He is justifiably the subject of ridicule for his feeble attempts at design. So if the people of Como reject his recycled sculpture and join the world in laughing at him, then Danny has only himself to blame. So please, enough of your self-serving arguments for this monstrous intrusion in our lake. Get on a one-way ticket back to wherever you came from. And take your dad’s lousy ideas with you.

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