«Grande Svizzera» tra favola e realtà

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L’analisi «fantasiosa» della Neue Zürcher Zeitung mette a nudo le contraddizioni di un’Europa in crisi di identità
L’erba del vicino è sempre più verde. Saggezza popolare incontrastata e immutabile. Nel tempo. E in ogni spazio possibile. Anche in politica, dove la difesa a oltranza delle proprie ragioni si accompagna molto spesso a uno sguardo incantato e quasi stregato dalle sirene altrui.
È un gioco dei ruoli. In cui si recita sempre a soggetto. Come dimostra tutto ciò che riguarda la Svizzera. Paese amato e odiato. Modello da fuggire e da copiare. Democrazia consociativa e zoppa, capace di correre

i 100 metri in 9 secondi. «La crescente ammirazione è un balsamo per le ferite di un Paese che è fiscalmente alla gogna e in Europa va per conto suo». Simon Gemperli, giornalista della redazione esteri della Neue Zürcher Zeitung, ha descritto con lucidità e una certa accuratezza il paradosso di una comunità tanto refrattaria al cambiamento quanto ambìta e desiderata. Lo ha fatto alcune settimane fa, in un lunghissimo articolo in cui si fantasticava di una «Grande Svizzera»: una sorta di nazione-Moloch pronta a fagocitare le regioni confinanti (e non solo) vogliose di staccarsi dalle rispettive patrie vissute come insopportabili fardelli. C’è da dire che la Nzz è uno dei giornali più autorevoli pubblicati in lingua tedesca. Da oltre un secolo ha sede in una delle strade centrali di Zurigo e nella sua storia non ha mai ceduto all’inclinazione goliardica.
Se persino il quotidiano totem del liberalismo elvetico ragiona ad alta voce sui confini mobili della vecchia Europa e si mette a favoleggiare di una Svizzera che espande i propri confini in ogni direzione, significa che qualcosa è cambiato. E in profondità, quantomeno nel comune sentire. «L’elenco delle province e dei movimenti che propongono forme di integrazione “friendly”», amichevole, «è lunga, scrive Gemperli – E ogni petizione, ogni indagine, ogni tentativo di fondare un movimento filoelvetico trova un immediato riflesso sui media europei. Dove la Svizzera, di solito, è glorificata come uno Stato modello». Nessuno dimentica – non lo fa nemmeno l’articolista della Nzz – il referendum online lanciato in Lombardia per chiedere l’annessione a Berna o i «sondaggi schiaccianti» svolti tra le popolazioni dell’Alto Adige e in qualche regione francese di confine.
Il «guinzaglio corto» con cui gli Stati-nazione trattengono (sempre più faticosamente) i propri territori più dinamici è il simbolo, probabilmente, della modernità liquida dove le dogane e le frontiere sono ostacoli fisici ma non più identitari. Per un lombardo, riflette la Nzz, non è importante restare italiano o diventare svizzero.
Quasi un’ovvietà. Se addirittura, nel cuore del Mediterraneo «un gruppo di sardi ha fondato, nel febbraio di quest’anno, il movimento “Canton Marittimo”», postando sulla propria «homepage il franco svizzero» e sperticando lodi sulla «struttura federale elvetica».
C’è da chiedersi perché tutto ciò accada. E che cosa significhi. «Per i presunti separatisti – scrive la Nzz – la Svizzera è principalmente un mezzo di contrasto, un modo per criticare il proprio Paese» e le inefficienze tipiche di un sistema stanco economicamente e socialmente.
Ma «molto popolare è anche la democrazia diretta», ovvero la capacità tutta elvetica di far parlare (e decidere) il popolo con i referendum.
La fantasia corre veloce. Anni luce più rapida del realismo politico-istituzionale. Eppure, si chiede Gemperli, una «Grande Svizzera» potrebbe risolvere i tanti «seri problemi aperti con la maggior parte delle regioni limitrofe».
«L’ampliamento dei confini verso le province vicine porterebbe a una popolazione di circa 40 milioni, che potrebbe muoversi liberamente nel mercato del lavoro», risolvendo così annosi problemi di gestione dell’immigrazione, esplosi peraltro in modo molto brusco in Ticino e nei cantoni romandi. «La prospettiva di una Grande Svizzera darebbe una soluzione anche a piccoli conflitti. Con un Cantone Alsazia, ad esempio, non si dovrebbe più discutere su chi debba raccogliere le tasse aeroportuali nell’hub di Basilea. Nel Cantone di Svevia si applicherebbe un nuovo regime di volo ragionevole. E il Canton Lombardia sarebbe certamente il partner commerciale più importante con l’Italia», che Roma quasi certamente toglierebbe dalla black list. «Fantasie ispirate alla Grande Svizzera», titola la Nzz. E se qualcuno ci credesse?

Da. C.

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