«Ho chiuso gli occhi prima di sparare. Speravo non fosse morto»

Fabio Citterio ricorda in aula l’omicidio di Antonio Caroppa: «Nemmeno lo conoscevo»

(m.pv.) «Ho chiuso gli occhi prima di sparare. Mi sono abbassato, mi veniva addosso. Ho alzato il braccio ed è partito un colpo. Speravo di non averlo colpito. Invece due giorni dopo, quando ero già in carcere, mi hanno detto che Antonio Caroppa era morto. Io nemmeno lo conoscevo».
A parlare, nell’aula della Corte d’Assise di Como, di fronte ai giudici togati e popolari è Fabio Citterio, 47 anni di Lurago d’Erba, vicino di casa di Valerio Pirrotta (46 anni), imputato nel processo. Entrambi

ritenuti responsabili – con Tiziana Molteni, 55 anni, cugina di Citterio – dell’omicidio avvenuto nel garage di un caseggiato di Paderno d’Adda il 10 maggio del 2012. Citterio e Molteni hanno scelto il rito Abbreviato, e per questo verranno processati a Lecco. Pirrotta, invece, ha optato per confrontarsi con la Corte d’Assise. Così, in attesa di diventare protagonisti come imputati, i due cugini hanno testimoniato proprio contro Pirrotta. Dopo Molteni, ieri è toccato a Citterio raccontare cosa avvenne. «Conoscevo Pirrotta da alcuni mesi, da quando ero tornato a casa di mia madre, trasferendomi da Inverigo a Lurago d’Erba – ha detto l’uomo – Se facevamo uso di droghe insieme? Sì, è capitato più di una volta. Un giorno mi disse che c’era una persona che andava minacciata, perché aveva fatto del male alla figlia di un suo amico. La cosa mi sembrava strana, mi offrirono 3mila euro. Non volevo accettare. Però mia cugina insisteva perché aveva bisogno di soldi. Adesso mi rendo conto che mi stavano fregando perché la questione era un’altra».
Per la Procura, infatti, Caroppa andava eliminato perché compagno di quella che era stata la donna di un ergastolano. Quest’ultimo, per vendicare lo sgarro, si sarebbe affidato a un uomo di fiducia che avrebbe contattato Pirrotta, che a sua volta avrebbe armato la mano dei due cugini brianzoli. «Quella sera avevamo bevuto insieme io e Pirrotta – ha ricordato Citterio – Avevamo anche tirato cocaina. Prima di andare a Paderno ci fermammo in un bar dove bevemmo quattro bicchieri di grappa. Non capivo nulla. Arrivò anche Tiziana. Partimmo io e Pirrotta con la macchina di mia madre, mia cugina dietro con la sua Smart. Quando parcheggiammo mi diede uno straccio e dentro c’era una pistola. Dissi: “Ma a cosa mi serve se devo solo spaventarlo?”. Ma insisteva e anche mia cugina gridava: “Cosa vuoi che succeda?”. Così mi sono convinto e siamo partiti».
Molteni suona il campanello e con una scusa fa scendere la vittima in garage. «Mia cugina impugnò un coltello. Caroppa la allontanò e venne verso di me. Io estrassi la pistola. L’ho colpito al collo a bruciapelo? E che cosa ne so? Chiusi gli occhi, mi fischiavano le orecchie, poi partì un colpo. Vedevo solo buio. Infine vidi Tiziana che si allontanava e d’istinto la seguii. Non sapevo che Caroppa era morto. Provai a guidare per allontanarmi da Paderno ma non ci riuscivo. Così al volante si mise Pirrotta. Fece strade secondarie per tornare a casa». Pirrotta lo ascolta dalla cella riservata ai detenuti. Tiene la testa bassa e non apre bocca. A occultargli la vista di chi lo accusa ci sono due agenti della Polizia Penitenziaria.
«Se ho paura a incolpare Pirrotta? – è la chiosa – Non per me ma per i miei familiari. Forse pensava di essere fuori dalla vicenda. Insomma, paura no ma un po’ di timore sì».

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