«Ho visto arrivare quell’uomo con la pistola sotto il cappotto»

Il personaggio – «La mia serenità deriva dall’essere dalla parte della verità». Il senatore Alessio Butti: «Una vicenda che non va dimenticata»
Venerdì sera in Biblioteca, Alberto Torregiani ha rievocato l’assassinio del padre, ucciso dai Pac di Cesare Battisti
«Guarda che oggi sarà diverso, oggi succederà qualcosa». Ricorda così, Alberto Torregiani, l’inizio di quella giornata del 16 febbraio 1979 – «un giorno che mi ha cambiato la vita» – alla folta platea di comaschi accorsi venerdì sera in Biblioteca comunale per ascoltarlo. Il figlio dell’orefice assassinato a Milano dai Proletari armati per il comunismo (Pac) è stato invitato in città dall’associazione Futuro.
All’incontro, moderato dal giornalista del “Corriere di Como” Emanuele

Caso, ha partecipato il senatore lariano del Pdl Alessio Butti. La serata è stata l’occasione per approfondire gli aspetti umani, storici e politici di una vicenda degli Anni di piombo che è assurta, più recentemente, a motivo di tensione tra il nostro Paese e il Brasile, dove Cesare Battisti – l’esponente dei Pac condannato in Italia per il suo ruolo nell’organizzazione dell’uccisione dell’orefice Pierluigi Torregiani e per il suo coinvolgimento in altri tre omicidi – si è rifugiato, dopo avere per anni vissuto in Francia contando sull’appoggio dell’intellighenzia comunista transalpina, quella stessa che, quando sembrava che il terrorista dovesse essere rispedito in Italia per scontare la sua condanna in galera, l’ha aiutato a trovare un nuovo rifugio in Sudamerica.
«Una vicenda che non va dimenticata, perché senza memoria non c’è senso di rispetto e di giustizia», ha voluto sottolineare con forza Alessio Butti. «E la memoria di quegli anni ci dice che i membri del Pac erano null’altro che criminali comuni, dediti a rapine: lo stesso Cesare Battisti venne più volte arrestato per rapine, nel 1972, nel 1974 e nel 1977».
E ogni volta, purtroppo, venne rimesso in libertà.
Da settimane, da quando, nel gennaio del 1979, aveva reagito, insieme con un amico, a un tentativo di rapina in una pizzeria, sparando contro i malviventi, il padre Pierluigi viveva sotto protezione. Ventiquattro ore su ventiquattro, in casa e fuori. E riceveva telefonate minatorie tutti i giorni. Anche quel giorno. Questa volta, però, era diverso: «Quando è arrivata, non è stata la solita telefonata: ho visto mio padre sbiancare in volto, e poi rispondere “Non è niente, niente” alle nostre domande».
C’erano tutti, i segnali premonitori. Compreso anche il cambio della solita routine: «Il giorno dopo non c’era scuola – ricorda il figlio – così invece di andare a studiare e giocare dal mio grande amico di quegli anni, ho accompagnato mio padre al negozio». Quel giorno, il 16 febbraio del 1979, la scorta venne inoltre dirottata altrove, chiamata a intervenire per una rapina messa a segno a pochi isolati di distanza.
«Ho visto quell’uomo avvicinarsi a mio padre – rievoca Alberto Torregiani – L’uomo con il loden, sotto il quale spuntava l’impugnatura di una pistola. Ho urlato per avvisare papà».
Un attimo, un uomo che spara per uccidere, un altro che impugna la pistola per difendere se stesso, i suoi figli, la sua famiglia. Pierluigi Torregiani muore, suo figlio Alberto, per una drammatica fatalità, viene colpito alla schiena da un proiettile sparato dal padre nel tentativo disperato di fermare l’aggressore. Alberto, all’epoca 15enne, rimarrà paralizzato.
Dovrebbe provare odio, invece è sereno. «Una serenità che deriva dall’essere dalla parte della verità», spiega. È questo che gli permette di raccontare la sua storia senza mai cadere nella trappola dell’animosità, del rancore, «perché la vendetta è personale, non va esternata. Troppo facile dire, “vado là e l’ammazzo”».
Un messaggio per i giovani? «Dialogare, spiegare, far capire, ma evitare l’odio: il terrorismo è negatività, il dialogo è positività», conclude Alberto.

Franco Cavalleri

Nella foto:
Un momento dell’incontro di venerdì sera in Biblioteca. Da sinistra: il senatore Alessio Butti, il giornalista Emanuele Caso, Alberto Torregiani e Matteo Borghi (associazione Futuro) (foto Fkd)

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