L’Hospice San Martino sulla collina della vita

«Qui una figlia ha avuto dalla mamma un bacio che non aveva mai ricevuto prima»
In cima alla collina del San Martino, dove nei giorni più tersi cielo e terra si confondono, una casa accoglie le persone che si apprestano all’ultimo viaggio.
L’Hospice è un bell’edificio di colore giallo con mattoni e travi a vista. Un tempo era la stalla dell’ex ospedale psichiatrico. Ristrutturato e inaugurato nel 2004, ha un aspetto luminoso. Tutt’intorno ci sono verde e alberi e, accanto, un campo di calcio con manto erboso che ricorda a tutti gli anni spensierati della gioventù

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La struttura dispone di dieci camere singole con relativi servizi. Qui giungono malati di cancro o di altre patologie non oncologiche, di tipo cardiaco o respiratorio, non più curabili. Oppure persone affette da Aids, le cui condizioni di salute invece possono ancora essere stabilizzate.
L’obiettivo di chi lavora qui è accompagnare ciascuno alla fine nel migliore modo possibile, disponendo di una dignitosa qualità della vita.
Vi sono impegnati una ventina di operatori tra medici, infermieri professionali, assistenti socio-sanitari, fisioterapisti, assistenti spirituali e 27 volontari dell’associazione “Accanto”, appositamente formati.
In sei anni l’Hospice San Martino ha avuto oltre 750 pazienti. Sono altrettante storie personali, uniche, di cui è serbata memoria viva e commossa.
Di questo e altro parliamo con due medici alla vigilia del 9 febbraio, giorno “pro life”, dedicato agli stati vegetativi: il dottor Maurizio Ferretto, classe 1949, specialista in anestesia e rianimazione e direttore sanitario, e il dottor Emanuele Basile, 48 anni, psicologo e psicoterapeuta. Entrambi hanno maturato una grande esperienza nel campo delle malattie non curabili.
Di cosa hanno bisogno le persone che arrivano qui?
«Lo si valuta nel progetto di assistenza che viene stilato per ognuno. Si parte dalla storia e dall’originalità della persona. Non si tratta soltanto di mettere la flebo e di togliere il dolore. All’Hospice avvengono riconciliazioni importanti. Una figlia ha avuto qui un bacio dalla mamma che non aveva mai ricevuto…».
Che aspettativa prevale?
«Prima di tutto, la percezione che qualcuno ti segue e che non sei abbandonato. Un paziente ci ha chiesto di essere aiutato a gestire la rottura del legame familiare che avviene con la morte. Un parte del nostro sostegno, breve, prosegue anche “dopo” per elaborare il lutto. C’è una signora che sa tutto, eppure fa progetti per la prossima estate…».
Conoscete tante storie.
«Abbiamo avuto manifestazioni di fine vita di grande singolarità, esperienze vissute con il sorriso sulle labbra fino all’ultimo. Come in ogni situazione estrema, si incontrano tutte le sfaccettature dell’umanità».
Qual è la richiesta più ricorrente?
«Quella di non soffrire e che la qualità dell’assistenza sia adeguata sino alla fine».
E qual è la consolazione più grande del vostro lavoro?
«Raggiungere l’obiettivo fissato con un determinato malato, con una famiglia, quando riusciamo».
Qual è la difficoltà maggiore che incontrate?
«Trovarci di fronte a evoluzioni troppo rapide e, quindi, alla difficoltà di relazionarci con i familiari. Il tempo è importante perché ci si conosca, anche con i parenti. Allora scaturiscono scelte condivise e serene. Un’altra difficoltà è lo spostamento di attenzione dalla malattia a cosa è meglio per il paziente. Tutto ciò che in tal senso non è stato fatto prima, come la mancanza di comunicazione e di accompagnamento, qui esplode».
Ha un valore e un significato il luogo, una collina in mezzo alla città?
«È un posto splendido. Ha il valore di un luogo tranquillo. Anche lo spazio esterno all’Hospice, nella bella stagione, può essere vissuto. Cerchiamo di portare la vita qui dentro. La grigliata, la castagnata, la musica hanno un valore inimmaginabile in questo contesto. Un nostro paziente malato di tumore a un polmone ha festeggiato qui il suo cinquantesimo di nozze, ha fumato una sigaretta, ha bagnato le labbra con il vino… Quel giorno sembrava che avesse vinto alla lotteria».
In una recente intervista al “Corriere della Sera”, Beppino Englaro, padre di Eluana, morta il 9 febbraio 2009, ha ricordato che secondo Leonardo Sciascia “a un certo punto della vita non è la speranza l’ultima a morire, ma il morire l’ultima speranza”. Cosa ne pensate?
«Per alcuni malati la vita diventa un fardello insopportabile e la fine è una liberazione. La vita è un bene prezioso, come la morte, come la dignità umana. Qui non si accorcia l’esistenza di cinque minuti, ma è difficile star dentro questo argomento con posizioni rigide».
Cosa resta di queste vite nella vostra esperienza umana?
«Vediamo di frequente la morte e questo ci ricorda che anche noi un giorno la vivremo. Nonostante tutto, però, siamo ancora molto lontani dal capire veramente cosa vorrà dire per noi morire. Vengono in mente i propri cari persi, la loro sofferenza, la dignità umana. Forse ci si arrabbia un po’ meno per tante fesserie».

Marco Guggiari

Nella foto:
Da sinistra, il direttore sanitario Maurizio Ferretto e lo psicologo Emanuele Basile

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