«I conti correnti delle famiglie fanno gola alle banche straniere»

L’analisi impietosa di Giovanni Pontiggia: «Purtroppo il ceto medio si è impoverito»
Il risparmio delle famiglie diminuisce. Segno inequivocabile della crisi economico-finanziaria. Le banche del territorio reggono grazie anche a una solidità generale del sistema, ma sono sempre più in difficoltà nel garantire credito alle imprese, se non a costi elevati. Uno scenario poco rassicurante, che non lascia troppo spazio agli ottimisti. «Siamo sotto tiro», dice il presidente della Banca di Credito Cooperativo dell’Alta Brianza, Giovanni Pontiggia. E non è chiaro quando finiremo di

fare il bersaglio.
Ingegner Pontiggia, cosa sta succedendo realmente? La gente ha paura, teme per il proprio futuro anche in realtà territoriali solide qual è la nostra.
«Succede che il dato della crisi viene confermato nel suo complesso giorno per giorno, si tratta di un fenomeno strutturale ed europeo. Purtroppo, il nostro Paese è maggiormente sotto tiro e questo accentua le difficoltà».
Chi soffre di più questa situazione, le famiglie o le imprese?
«In generale le difficoltà delle famiglie sono molto elevate, anche se i comaschi tengono testa ai propri impegni. È vero che c’è difficoltà a creare risparmio, l’accumulo di liquidità fa fatica a formarsi».
Cosa significa in concreto?
«Purtroppo questo fenomeno provoca uno spostamento verso il basso delle fasce sociali, assistiamo a un lieve impoverimento del ceto medio».
Meno risparmio, però, si traduce in una minore raccolta. Anche le banche rischiano qualcosa, soprattutto quelle più piccole, gli istituti territoriali.
«Non parlerei di rischi. È vero che una delle conseguenze della contrazione del risparmio è la riduzione delle disponibilità liquide e, di converso, la possibilità di erogare prestiti, salvo concederli a costi elevatissimi».
Perché accade?
«È uno degli effetti dello spread, ovvero del differenziale di rendimento tra i titoli di Stato. Lo spread incide inevitabilmente sui mutui e sui prestiti. Le regole ci impongono rapporti precisi tra raccolta e impieghi. Per erogare prestiti bisogna avere liquidità, ragione per cui le banche fanno anche raccolta sul mercato interbancario europeo. Il punto è che il prezzo viene fatto a seconda del Paese di provenienza. Una banca tedesca paga meno di una banca italiana, con riflessi inevitabili sui rispettivi clienti».
In una situazione così complicata cosa serve, allora? Mi pare di capire che non basti un nuovo governo.
«In questo momento serve soprattutto un piano di sviluppo che sia in grado di rimettere in circolo l’economia. La stessa presidente di Confindustria, Emma Marcegaglia, ha lanciato l’allarme chiedendo politiche che diano forza alla ripresa».
Senta, non si può negare che la gente sia sfiduciata. Si parla di capitali, piccoli e grandi, che prendono la via di Lugano. So che non mi dirà mai che i suoi clienti fuggono, ma la sensazione è di panico.
«L’elemento fiducia dei nostri clienti non è mai venuto meno, le famiglie non sono abituate a speculare, per tutelare i propri soldi preferiscono prodotti finanziari tranquilli. Il rapporto con banche come le nostre è forte, le confermo che non assistiamo a grosse fuoriuscite di liquidità. Anche perché riusciamo ancora a salvaguardare le imprese che hanno sempre lavorato con noi. È la logica del credito locale: aiutare nei momenti difficili chi era sostenuto in tempi di vacche grasse».
Ma i soldi in Svizzera, la gente, li sta portando oppure no?
«Non assisto a un grosso fenomeno di migrazione dei capitali. Però mi lasci dire che in questo Paese bisogna ricreare un clima di fiducia istituzionale. Gli italiani credono ancora nella possibilità del loro Paese, non sono abituati a scappare».
Lei dice? Eppure, una patrimoniale o un prelievo forzoso sembrano fare veramente paura. Non crede?
«Guardi, giunti al punto in cui siamo il vero problema non è la preoccupazione di una nuova imposta o di un prelievo forzoso, ma la capacità di mettere a posto una volta per tutte la situazione. Insomma, fare le vere riforme, quelle di cui ha bisogno l’Italia».
Il sistema bancario italiano è abbastanza solido? Le regole di Basilea 3 impongono agli istituti di credito di avere i forzieri pieni. E questo a scapito dei clienti, i cittadini e le imprese. L’Europa non si fida più del nostro Paese.
«È vero che le banche devono avere più patrimonio e questa normativa ci penalizza, ma tutti gli aumenti di capitale proposti dalle banche italiane hanno sempre avuto risposta dai sottoscrittori. Il sistema bancario italiano è sano e non ha avuto bisogno di interventi statali, come invece è avvenuto in Belgio e persino in Svizzera. La verità è che i depositi delle famiglie italiane fanno gola a moltissime banche straniere che vorrebbero metterci le mani sopra».
Stiamo ragionando attorno a un mega complotto ai danni del Belpaese?
«No, nessuna teoria complottista. Il vero problema è che abbiamo un’Europa finanziaria tenuta insieme dalla moneta ma non dalla politica. Dovrebbe essere quest’ultima a governare la finanza e non viceversa. Con una politica così frazionata, la finanza prende il sopravvento e aggredisce le debolezze. I mercati internazionali trovavano terreno fertile per l’eccessiva confusione».
Ma i comaschi che vedono i propri conti correnti sempre più vuoti o gli imprenditori che non riescono a ottenere un prestito, a quale santo devono votarsi?
«La gente ne ha pieno il sacco di promesse vuote. Ormai serve soltanto una grande responsabilità. Di tutti, nessuno escluso. Se la politica saprà dare risposte forti sulla riduzione degli sprechi e sulle riforme, allora torneranno serenità e fiducia».

Dario Campione

Nella foto:
Giovanni Pontiggia è il presidente della Banca di Credito Cooperativo dell’Alta Brianza

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