«Licenziato 5 giorni dopo la parità». Frontalieri a rischio con il superfranco

«Mi hanno licenziato cinque giorni dopo il raggiungimento della parità tra franco ed euro». Stipendi e posti di lavoro dei frontalieri a rischio a causa del superfranco. La nuova forza della moneta elvetica, arrivata alla parità con la valuta europea dopo la recente decisione della Banca centrale svizzera di eliminare il tasso di cambio minimo fissato, più di tre anni fa, a quota 1,20 franchi per un euro, potrebbe avere pesanti ripercussioni per gli oltre 60mila frontalieri italiani, più di 20mila dei quali residenti in provincia di Como.
Una riprova si è avuta venerdì sera, durante la puntata di “Nessun Dorma” dedicata appunto alle conseguenze in riva al Lario e in Ticino del nuovo rapporto di parità franco-euro. Nel corso del talk show di Espansione tv ha infatti telefonato un frontaliere residente in Valtellina (Sondrio). «Lavoravo in un hotel dell’Engadina – ha raccontato l’uomo in diretta – Sono stato assunto il 20 dicembre e, cinque giorni dopo il pareggio tra franco ed euro, sono stato licenziato. In cinque giorni sono state disdette diverse camere da parte di clienti svizzeri che hanno preferito andare a trascorrere le vacanze in Austria». Le località turistiche della zona euro, infatti, per gli svizzeri sono diventate oggi più convenienti del 20%.
Uno spettro, quello del licenziamento, che potrebbe materializzarsi anche per i frontalieri comaschi, visto che il superfranco non solo allontana i clienti dai negozi ticinesi ma mette anche in difficoltà le imprese elvetiche che esportano le loro merci.
«Il rischio c’è – ha spiegato, durante “Nessun Dorma” Carlo Maderna, responsabile della Cisl per i frontalieri – ma nemmeno gli svizzeri possono stare tranquilli se le aziende ticinesi vanno in crisi».
Il sindacalista ha inoltre fatto riferimento, come possibile scenario, a quanto accaduto nell’agosto del 2011, quando le oscillazioni valutarie del franco sull’euro hanno portato le due monete a sfiorare la parità. «Allora diversi frontalieri erano venuti da noi dicendo che il datore di lavoro svizzero, per ridurre i costi, non avrebbe più pagato loro la tredicesima – ha ricordato Maderna – In altri casi è capitato che i frontalieri abbiano dovuto lavorare più delle 42 ore stabilite ma a parità di stipendio. O, ancora, che il loro stipendio venisse pagato direttamente in euro. Se prima al frontaliere venivano dati 1.200 franchi che equivalevano a mille euro, a parità raggiunta il datore di lavoro gli dava direttamente mille euro, spendendo in tal modo solo mille franchi. Il timore è che anche questa volta le aziende ticinesi possano ricorrere a soluzioni simili per ridurre il costo del lavoro».
Nel frattempo, i partiti più conservatori della Svizzera puntano nuovamente il dito contro i frontalieri e i “padroncini” italiani, ovvero gli artigiani che si aggiudicano lavori al di là del confine.
Il responsabile ticinese dell’Udc, Gabriele Pinoja, ha usato parole molto forti nella riunione dei 300 delegati del partito a Locarno. Ecco le sue dichiarazioni, riportate dal sito del “Corriere del Ticino”: «Abbiamo un governo inconcludente e litigioso. I sindacati stanno provando a portarci alla rovina. La disoccupazione reale ha raggiunto quasi il 9%. Il Ticino ha i salari più bassi della Svizzera. Vengono licenziati gli svizzeri per dare il posto a frontalieri e stranieri. I padroncini portano via i lavori ai nostri artigiani. Insomma, stiamo diventando una provincia dell’Italia».

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