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Osvaldo Fattori, 92 anni: «Il Grande Torino voleva ingaggiarmi. Mi salvò un’indigestione di ciliegie»

altCalcio  Ha giocato con Inter, Samp e Nazionale ai Mondiali 1950. A Como vinse il Trofeo Lombardia
Osvaldo Fattori, classe 1922, apre il libro dei ricordi
«Anch’io dovevo essere sull’aereo del Grande Torino. Ma il trasferimento ai granata saltò e ora sono… ancora qui».
Osvaldo Fattori, classe 1922, apre il libro dei ricordi nella sua casa di Appiano Gentile, a fianco del centro sportivo dove si allena l’Inter. Da tempo non va più allo stadio, ma segue in tv le gare della Nazionale e dei nerazzurri.
A quasi 92 anni, l’ex giocatore di Nazionale, Sampdoria e Inter con estrema lucidità ha molto da ricordare e raccontare.

L’intervista parte da una sua fugace quanto significativa esperienza con il Como negli anni della guerra.
Fattori, lei faceva parte della squadra del Como che nel periodo 1944-1945 vinse il Trofeo Lombardo. Come ricorda qeull’exploit?
«Un successo scontato, eravamo troppo forti – dice ridendo – Era una bella squadra, con personaggi come Annibale Frossi, Giorgio Aebi e Gian Marco Mezzadri».
A causa della guerra non c’era un vero e proprio campionato. Come era finito sul Lario, lei che è orginario del Veronese?

Osvaldo Fattori durante l’intervista

«È una vicenda lunga. Prima della guerra avevo iniziato a giocare nella formazione del mio paese, l’Audace San Michele Extra, poi ero passato al Vicenza. Poi, come tanti giovani, ero stato chiamato alle armi e mi trovavo a Schio. Lì fui convocato per una partita a Firenze, e quell’incontro segnò per me una svolta».
Come mai?
«Lo dico apertamente: mi fu suggerito di fare il furbo e di fingere un infortunio a una gamba, in modo da evitare di partire per il fronte. In teoria dovevo andare in Africa, con Fausto Coppi, che ho conosciuto proprio in quel periodo e di cui ero diventato amico. Ma, inventandomi quel problema fisico, evitai la chiamata».
E quindi arrivò a Como.
«Non direttamente. Girai varie caserme e ospedali militari, e alla fine mi arrivò il consiglio giusto di venire a Como, dove c’era una squadra per così dire “protetta”, che avrebbe giocato il Trofeo Lombardo. Mi ricordo il ritiro sul lago, più che le partite. Evitai la guerra, mentre, come gli appassionati sanno, un personaggio come Coppi fu mandato a combattere in Africa».
Poi, terminato il conflitto mondiale e lasciato il Lario, andò per due anni alla Sampdoria e poi all’Inter.
Fattori sorride ancora. «Dovrei andare a cercare in archivio, ma c’è un giornale dell’epoca con il disegno del mio volto che esce dalla cassaforte. Perché per l’epoca fu il trasferimento più costoso e la cifra, che ora sinceramente non ricordo, fece davvero molto scalpore».
Ma lei che tipo di giocatore era?
«Un regista. Stavo davanti alla difesa e impostavo il gioco: mi piaceva fornire assist e mettere i compagni in condizioni di fare gol».
«C’era un centravanti – dice la figlia Susanna, che durante l’intervista è vicina a papà – che diceva che voleva giocare con mio padre perché riusciva sempre a farlo segnare».
Possiamo quindi dire che Fattori poteva essere, per l’epoca, un giocatore come Andrea Pirlo?
«Beh… effettivamente posso dire che mi ritrovo in lui, quando lo vedo giocare».
Abbiamo detto del trasferimento all’Inter, con cui ha vinto due scudetti, ma lei rischiò di andare a giocare nel Grande Torino, la squadra perita nel 1949 a Superga.
«Il passaggio saltò, per fortuna, alla luce dei fatti. Praticamente, prima delle firme, dovevo giocare una partita-provino. Però era un pro-forma perché l’accordo c’era già. Ma la sera prima del match mangiai un sacco di ciliegie, di cui ero, e sono, golosissimo. Ciliegie che mi causarono seri problemi intestinali nel corso della gara. E così non se ne fece nulla».
Proprio per la tragedia del Grande Torino, la Nazionale, di cui lei faceva parte, andò ai Mondiali del Brasile nel 1950 in nave. Un viaggio estenuante.
«Preparare i Mondiali sul ponte di una nave – ricorda Osvaldo Fattori – non è certo la condizione migliore. Infatti non abbiamo combinato molto. Ma almeno mi rimane un ricordo positivo: durante il viaggio mi comunicarono che era nata mia figlia Susanna e tutti assieme brindammo».
Le successive partite come andarono?
«Non bene. Nella prima, persa con la Svezia per 3-2, mi fu preferito il milanista Carlo Annovazzi che, lo posso rivelare, mi aveva detto che il posto di titolare lo avrei meritato io. Io scesi in campo nella seconda, vinta con il Paraguay per 2-0. Purtroppo risultammo comunque eliminati».
In tanti anni ha incrociato molti personaggi del mondo del calcio. Quali sono quelli che ha ammirato di più?
«Un elenco lungo. I primi che mi vengono in mente, per me, interista, sono, Luisito Suarez e Sandro Mazzola, senza dimenticare il mio compaesano Mario Corso. Tra i nerazzurri di oggi ammiro Palacio e, ovviamente, il capitano Zanetti. Tra gli allenatori Helenio Herrera e Josè Mourinho. Ma penso anche a Gino Colaussi, un’ala fortissima tra gli anni ’30 e ’40, ad Eusebio Castigliano, mediano del Grande Torino, a Bruno Quaresima, centravanti e al centrocampista Maino Neri, che giocavano nello stesso periodo in cui io ero calciatore».
Poi ha intrapreso la carriera di allenatore…
«Ma non sono andato avanti molto e poi ho fatto l’imprenditore. Però posso raccontare un piccolo aneddoto che svelo per la prima volta: quando guidai il Valdagno feci giocare le mie ali con uno schema che mi aveva spiegato Alfredo Foni, mio tecnico all’Inter. Lui mi consigliò di utilizzarlo quando fossi diventato a mia volta allenatore. E io gli chiesi: “Ma perché non lo prova con noi, ora?”. La sua risposta fu: “Non ho il coraggio”. Altri tempi…».

Massimo Moscardi

Nella foto:
In azzurro
Osvaldo Fattori mostra orgoglioso il libro pubblicato da Editoriale Srl “Como 1907-2007 – Cent’anni in azzurro” e il capitolo dedicato alla vittoria, con la maglia dei lariani, nel Trofeo Lombardia del 1945
16 Maggio 2014

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Redazione Corriere di Como redazione@corrierecomo.it


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