«Il mio impatto traumatico con il contrabbando»

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Una vita nella guardia di finanza
Paolo Cristin, brigadiere capo in congedo: 43 anni nelle fiamme gialle

Oltre quarantatrè anni nella guardia di finanza e una seconda vita al servizio dei sardi che vivono in provincia di Como. È l’esperienza di Paolo Cristin, brigadiere capo delle fiamme gialle in congedo dal 2009. Nel suo curriculum ci sono la scuola a Porto Ferraio (Isola d’Elba) e un impegno totale nella 6ª Legione che ha avuto sede nell’ex Casa del Fascio fino al 1999, quando fu soppressa e divenne poi Comando provinciale. Cristin ha

svolto la sua attività nella compagnia di Ponte Chiasso, al valico del quartiere di confine e, in precedenza, a Maslianico; nella compagnia di San Fedele Intelvi, nella brigata di Pellio e in seguito a Casasco; dal 1969, infine, nel capoluogo, con l’incarico di manutenzione delle strutture della Legione: una miriade di immobili, disseminati da un capo all’altro del territorio, da Zenna (confine di Stato in provincia di Varese) fino al Ponte del Gallo (Livigno).
La ricchezza di questa esperienza è una buona occasione per rievocare fenomeni e fatti della zona di confine.
Signor Cristin, appena arrivato a Como, giovanissimo, lei si imbattè nel contrabbando. Come fu l’impatto?
«Traumatico. Avevo vent’anni e ricordo certi turni, da solo, lungo la rete di confine. Ricordo le garitte di legno? Indossavo due cappotti, ma avevo freddo lo stesso? Dovevo fare molta attenzione lungo la cosiddetta “pista” che costeggia il torrente Breggia, tra Maslianico e Ponte Chiasso. Una notte un contrabbandiere stava per mettermi sotto per due pacchi di sigarette».
In quegli anni era contrabbando per lo più di sigarette, però la guerra tra finanzieri e contrabbandieri ha avuto i suoi morti. Solo tra le fiamme gialle, se ne contano centodieci, negli ultimi sessant’anni, tra Como, Varese e Verbania.
C’era un codice di rispetto tra voi e la “controparte”?
«Sì, ci furono morti da una parte e dall’altra. Il rispetto però era reciproco, secondo una regola precisa, così sintetizzabile: “Se riesco ti prendo, se scappi hai vinto tu”? Per noi guardie di finanza era vietato entrare in abiti borghesi in determinati locali che potevano essere frequentati da contrabbandieri. Il rispetto era ancora più spiccato nelle zone di montagna. Capitava che chi portasse il rifornimento di legna alla caserma dicesse apertamente che in ore e luoghi diversi trasportasse due sacchi da venticinque chili complessivi. E non era un caso quel peso: la bricolla, in genere, pesava quattordici chili e mezzo perché oltre i quindici era previsto l’arresto obbligatorio».
Le capitò mai di dover usare le armi?
«Sì, ricordo in particolare una sera in montagna, sotto le pendici del Monte Generoso, sul versante italiano. Durante un’azione di repressione del contrabbando dovetti sparare a scopo intimidatorio. Di fronte a me e a un mio collega c’erano almeno dieci contrabbandieri con altrettante bricolle. Un’altra volta, d’estate, sopra il valico di Valmara ci imbattemmo in alcuni “spalloni”. Abbandonarono i loro carichi imprecando al nostro indirizzo: “Venite fin qui a rompere?”».
Quando avvenne il salto di qualità che cambiò il contrabbando nella zona di confine?
«Con l’ondata migratoria interna al Paese determinata dalla mancanza di lavoro in alcune regioni d’Italia. Qualcuno pensò di poter arrotondare anche con il contrabbando e, man mano che decadeva la sigaretta, si affacciava il traffico di droga, o quello d’oro e di diamanti».
Ricorda un’operazione particolare, di cui va orgoglioso?
«In particolare, due perquisizioni: in via Regina a Como, nell’ambito di un’indagine coordinata dall’antidroga di Trieste e a Misinto (attuale provincia di Monza e Brianza, ndr) dove scoprimmo un capannone dotato di doppio fondo che fungeva da deposito per camion utilizzati nel trasporto di sigarette di contrabbando».
Quanti comandanti provinciali ha conosciuto?
«Faccia conto, tra Legione e Comando provinciale, una trentina. Mi congedai con il comandante colonnello Rodolfo Mecarelli».
Un fiore all’occhiello della sua attività nella manutenzione di strutture della Legione?
«Direi la casermetta al Ponte del Gallo, dove con la squadra “Minuto Mantenimento” realizzammo una struttura in grado di ospitare sei finanzieri, dotata di ufficio, due camerate, una sala mensa e un bagno. La costruimmo con due igloo di polistirolo con base in cemento armato, coibentati dentro e fuori. Prima c’era una struttura non idonea per fare avanti e indietro dal Passo del Foscagno. Oggi anche la nostra casermetta non c’è più: è stata demolita per lasciare spazio a una caserma nuova».
Altri risultati in quel ruolo?
«Tutte le manutenzioni, più i primi canili per i cani antidroga dell’aeroporto di Malpensa che dipendeva dal Comando Legione di Como».
Adesso la sua passione è tener vive a tempo pieno le radici dei sardi che vivono nel Comasco?
«Sì, sono stato segretario e ora sono presidente del circolo culturale ricreativo “Sardegna” di Como, che ha sede in via Isonzo a Prestino. La nostra è un’associazione che fa riferimento alla Regione Sardegna e prende le mosse dalla cultura del popolo sardo, promuovendo anche i prodotti e l’immagine dell’Isola. È punto di riferimento per gli emigrati sardi che cercano informazioni e indicazioni relative al territorio comasco. Facciamo parte della Fasi (la Federazione delle Associazioni Sarde in Italia) che raggruppa 60 circoli in tutto il Paese».
Quali sono le vostre altre attività?
«In collaborazione con il Circolo abbiamo organizzato convegni quali la Settimana Sarda al Teatro Sociale di Como, quello – con il Comando provinciale delle fiamme gialle – a ricordo del finanziere eroe Salvatore Corrias, quello a vent’anni dall’attentato in cui fu ucciso il magistrato Paolo Borsellino. Portiamo sempre testimoni diretti o indiretti delle personalità che ricordiamo. Nel 2004 organizzammo a Como un incontro tra i venti circoli sardi della Lombardia e il presidente emerito della Repubblica, Francesco Cossiga».

Marco Guggiari

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