«In carcere ha ritrovato Dio ed è sereno»

ARRIGHI OGGI
Ogni settimana il commerciante parla al telefono con le figlie, che vede periodicamente

I fratelli e la sorella di Alberto Arrighi fanno visita all’armiere al Bassone
La preghiera quotidiana, il lavoro in tipografia, la cella condivisa con due detenuti, la telefonata settimanale con le figlie, le visite faccia a faccia con loro un paio di volte al mese, l’incontro periodico con i familiari, la corrispondenza con qualche amico.
La vita nel carcere del Bassone di Alberto Arrighi è scandita da una routine che si ripete costantemente, identica a se stessa, con rarissime variazioni sul tema. Una routine che, il commerciante comasco lo sa bene, sarà il filo
conduttore della sua esistenza fino al 2040.
Alberto Arrighi ha rinunciato a chiedere lo sconto di pena. Qualche settimana fa, in accordo con i suoi legali ha deciso di non presentare ricorso in Cassazione, il terzo e ultimo grado di giudizio previsto in Italia. L’armiere, di fatto, accetta la condanna a 30 anni di carcere che gli è stata inflitta in primo grado a Como, e poi nuovamente nell’aprile scorso, a Milano, in secondo grado.
Trent’anni che, e i giudici di Appello lo hanno scritto chiaramente, avrebbero dovuto essere ancora di più. Ergastolo, fine pena mai, avrebbe chiesto la giuria del processo di secondo grado. Probabilmente, dentro di sé, l’armiere aveva già accettato quella condanna quando, in Tribunale a Milano, aveva chiesto di poter fare dichiarazioni spontanee e aveva ammesso di aver premeditato il delitto. In questo contesto, lo stesso commerciante aveva dichiarato di essere arrivato sull’orlo del suicidio e di aver pensato «di spararmi un colpo in testa».
Tornando ancora più indietro, il pensiero corre alla mattina del 2 febbraio 2010. Dopo aver provato per qualche minuto a negare l’evidenza, davanti ai poliziotti che lo avevano raggiunto nell’armeria, Alberto si è di fatto arreso. Ha alzato una mano, l’ha posata dietro la testa e ha sussurrato: «Ho fatto una cazzata». Poi ha seguito gli agenti prima in Questura e quindi, inevitabilmente, al Bassone.
«In carcere Alberto ha riscoperto la fede – dice uno dei fratelli, Mario -. Ha trovato Dio e una sua serenità. Va in chiesa tutti i giorni e ha ritrovato se stesso, il vero Alberto, la persona che era prima di lasciare che a prendere il sopravvento fossero le cose futili, l’immagine».
Mario Arrighi aveva troncato i rapporti con Alberto da una quindicina d’anni. «Cose che accadono nelle famiglie», si limita a dire. Da quando l’armiere è entrato in carcere però il fratello maggiore ha voluto recuperare l’antico legame. Prima solo via lettera, poi di persona. I due fratelli e la sorella, con le rispettive famiglie, fanno regolarmente visita ad Alberto, al Bassone. «Parliamo di tutto – ammette Mario – ma lui non ha mai voluto raccontarmi nulla di quel maledetto giorno e io, per il momento, non gli chiedo niente».
Parla soprattutto delle figlie, Alberto. E parlava dell’adorata moglie, almeno fino a quando la donna non ha deciso di uscire dalla sua vita. L’armiere, probabilmente, non se lo aspettava. Daniela è l’amore della sua vita. Un sentimento che la prigione non ha modificato. Anzi.
Il primo incontro in carcere tra i due, con un lungo pianto liberatorio per entrambi, è ora un ricordo lontano. “Daniela” rimarrà solo un nome tatuato sulla pelle e impresso nel cuore. La donna, ormai è noto, vorrebbe il divorzio e al Bassone da tempo arriva solo per accompagnare le figlie, un paio di volte al mese. L’appuntamento con le due ragazzine, unito alla telefonata settimanale, è uno dei momenti più attesi dal detenuto, così come il colloquio con gli altri familiari.
In carcere, Alberto si dedica al lavoro nella tipografia interna. Ha un buon rapporto con i due compagni di cella. E passa molto tempo a scrivere lettere. Tra gli amici di sempre, c’è chi ha voluto troncare ogni rapporto ma anche qualcuno che non lo ha lasciato solo. Per ora, Arrighi non ha potuto incontrare persone al di fuori della cerchia familiare – ad eccezione dei legali – ma presto potrebbe rivedere qualche caro amico.
«In questi due anni di carcere ho ripensato più volte a quello che è accaduto – ha detto Arrighi parlando nell’aula di Tribunale a Milano – Ho fatto la cosa più folle in assoluto. Quel giorno ho fatto un disastro». Un pensiero che lo accompagnerà per i 30 anni di carcere che gli sono stati inflitti, ma probabilmente anche oltre. Fine pena, sentenze a parte, mai.

Anna Campaniello

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