«In media 5 o 6 richieste di reintegro all’anno. Nei periodi di crisi i contenziosi aumentano»

L’ex giudice Beniamino Fargnoli
«Un giudice applica le leggi, non le commenta». Irremovibile. Nonostante sia in pensione dall’inizio dello scorso settembre, Beniamino Fargnoli, nato a Napoli nel 1937, per oltre quarant’anni giudice del lavoro al Tribunale di Como, non commenta in nessun modo il rovente dibattito in corso sull’articolo 18. E nemmeno si sbilancia su quale sarà l’esito di questo nuovo, ennesimo scontro tra governo, sindacati e Confindustria. «Non faccio nessun commento di natura politica», taglia corto.
Sul peso
dell’articolo 18 nelle controversie legate al mondo del lavoro, Fargnoli parla invece senza remore, sulla base della sua lunga esperienza in Tribunale. Un dato, innanzitutto. «In media le richieste di reintegro di un lavoratore sono state 5 o 6 all’anno, per metà accolte, per metà rigettate, ma si tratta di una stima di massima», afferma il magistrato.
«La maggior parte delle cause di lavoro sono di natura retributiva – sottolinea Fargnoli – I licenziamenti rappresentano circa il 15% dei casi, la metà dei quali sfocia poi in riassunzioni e reintegrazioni. Negli anni di crisi i contenziosi aumentano, se la congiuntura economica è positiva diminuiscono».
L’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori si applica alle imprese con più di 15 dipendenti. «Se sono meno di 16 – spiega l’ex giudice – a fronte di un licenziamento illegittimo non è previsto il reintegro del lavoratore, ma la sua riassunzione, ovvero l’avvio di un rapporto ex novo. Il datore di lavoro, però, può non riassumere il dipendente licenziato e optare per il pagamento di un risarcimento il cui ammontare varia da 2,5 a 6 mensilità e viene deciso dal giudice».
In caso di licenziamenti illegittimi in aziende con più di 15 dipendenti, scatta l’articolo 18 che prevede il reintegro. «In tal caso il rapporto di lavoro viene collegato a quello in essere prima del licenziamento – precisa Fargnoli – In alternativa al reintegro, il lavoratore, se non vuole tornare in azienda, può chiedere un’indennità pari a 15 mensilità». Per licenziare un dipendente, il datore di lavoro può invocare il “giustificato motivo”, che può essere oggettivo (per esempio, il trasferimento di un reparto produttivo) o soggettivo (un’inadempienza del lavoratore ritenuta grave o la sua scarsa dedizione al lavoro). Una persona può essere licenziata anche per “giusta causa”, per un fatto cioè che non consente la prosecuzione nemmeno provvisoria del rapporto: è il caso, per esempio, di inadempienze dolose o di offese al datore di lavoro.
L’andamento delle cause di lavoro riflette l’evoluzione della società. «Negli anni Settanta, fino all’inizio degli anni Ottanta – ricorda Fargnoli – vi era grande conflittualità. In seguito i sindacati hanno mostrato maggiore responsabilità. Sono diminuiti i contenziosi legati ai licenziamenti e sono aumentati quelli di natura retributiva, poi si è cominciato a discutere di mobbing, quindi sono arrivate le cause di lavoro nel pubblico impiego, prima inesistenti».

Marcello Dubini

Nella foto:
Beniamino Fargnoli

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