«In troppi hanno fatto finta di non vedere»

Nando dalla Chiesa: «In Lombardia 20 anni di ritardo nella lotta alla mafia»
Buccinasco. La ’ndrangheta al Nord è il titolo dell’ultimo libro scritto da Nando dalla Chiesa in collaborazione con Martina Panzarasa (Einaudi, pagine 246, euro 18).
È lo stesso dalla Chiesa, in una breve introduzione, a spiegare le ragioni di questo lavoro, «frutto della nascita del corso di Sociologia della criminalità organizzata presso la facoltà di Scienze politiche dell’Università statale di Milano, ideato e voluto proprio per contrastare l’incultura, la superficialità e il
dilettantismo analitico che aprivano e tuttora aprono varchi immensi alle organizzazioni mafiose nella società lombarda». La ’ndrangheta, sembra dire il sociologo, ha invaso le strade e le istituzioni ma è entrata tardi nelle aule come oggetto di studio. Cosa, quest’ultima, che ha generato non pochi problemi.
«È davvero curioso che il sistema universitario non si sia occupato di questioni che pesano così gravemente su politica, economia e cultura del Paese. La ’ndrangheta non è un fenomeno marginale quanto piuttosto un elemento rilevante. L’idea che continuino a riprodursi classi dirigenti ignare del problema aiuta soltanto la mafia a espandersi e a rafforzarsi».
Oggi, dopo le molte operazioni della magistratura, il clima sembra cambiato. Quantomeno c’è attenzione verso il fenomeno.
«Le grandi operazioni giudiziarie non arrivano mai in modo indolore. Costringono ovunque a guardare la realtà in modo diverso, significano sanzioni per i mondi che fiancheggiano le mafie».
Che cosa ha aiutato di più i boss: disinteresse, sottovalutazione, complicità?
«Lo spazio offerto dal disinteresse ha indubbiamente aperto praterie. E le criminalità organizzate hanno beneficiato di questo cono d’ombra. C’è da dire che all’inizio degli anni ’90, mentre in Sicilia Cosa Nostra attaccava lo Stato, Tangentopoli illuminò un pezzo di società lombarda. Tutta l’attenzione era catalizzata».
Ma?
«Ma c’era un’altra realtà, rimasta senza luce, che già allora in Lombardia si intrecciava con la ’ndrangheta e sulla quale non venne posta la dovuta attenzione. C’è stata, nella nostra regione, la tendenza a rimuovere la questione. Più volte, anzi, si è inveito contro i professionisti dell’antimafia. Alcuni semplicemente non capivano, altri hanno invece chiuso gli occhi».
Che cosa intende dire?
«Intendo dire che era impossibile non vedere certi personaggi e non riconoscere gli ambienti che questi stessi personaggi frequentavano. Mi chiedo chi si sia stupito di scoprire a un certo punto che un direttore generale di Asl fosse affiliato alle cosche».
Pensa che sia troppo tardi, adesso, per reagire?
«Le risorse umane e culturali ci sono, ma non possiamo dire che la Lombardia tutta insieme risorgerà. Si parte con 20 anni di ritardo, non sono pochi».
Pensa che la crisi politica in Regione innescata dagli ultimi arresti sia un elemento di chiarezza o di ulteriore confusione?
«La crisi politica è dentro questa vicenda, ovvio. Ma l’inclusione della ’ndrangheta nel gruppo delle lobby è anche la conseguenza della disgregazione dello spirito pubblico. Le virtù sono vere quando vengono messe alla prova. E la ’ndrangheta trascina sempre oltre i confini della legalità».
Senta, nel suo libro c’è una parte molto interessante relativa alla fine della guerra fredda. Si mette in relazione la fine del comunismo con l’affermazione delle cosche calabresi. Può chiarire questo punto?
«La caduta del muro di Berlino ha significato una possibilità di espansione verso Est che la ’ndrangheta ha colto essendo tra le organizzazioni mafiose quella a maggiore vocazione internazionale. Ma c’è un altro punto: Cosa Nostra siciliana era il cane da guardia del sistema della guerra fredda. Faceva il lavoro sporco necessario a impedire che la sinistra potesse andare al governo dell’Italia. Uno dei pentiti di mafia si disse sicuro che dopo il muro Cosa Nostra avrebbe contato meno, perdendo ruolo e funzioni. “Non avevano più bisogno di noi”, diceva».
La mafia si può battere?
«Non lo so. Ma oggi c’è maggiore coscienza del fenomeno, meno folklore. La mafia ti respira accanto. E in molti è emersa la voglia di avere informazioni, di conoscere».

Nella foto:
Nando dalla Chiesa insegna Sociologia della criminalità organizzata all’Università statale di Milano

Articoli correlati

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.