L’incandidabilità dei politici italiani e lo zuccherino al popolo-suddito

Devo ammetterlo: quando il ministro della Giustizia Severino è apparso in Tv e ha parlato della legge sulla incandidabilità che stava per essere approvata, mi aspettavo che le scendesse una lagrima per mostrare il suo personale disagio.
La cosiddetta legge sulla incandidabilità ha una sola finalità: dare lo zuccherino al popolo-suddito, dinanzi alla sempre più forte – e preoccupante – indignazione verso la vergognosa mancanza di pudore della fauna  politica che lo governa. Così, per rabbonire i sudditi sempre più insofferenti, si è varata una legge truffa: una legge che finge di affrontare il problema dei candidati “impresentabili” ma che, di fatto, è solo uno specchietto per le allodole, un’ennesima turlupinatura. La legge sulla incandidabilità, sostengono i suoi palafrenieri, non può affatto  violare il principio sancito dall’art. 27 della Costituzione, secondo il quale “…l’imputato non può essere considerato colpevole fino a sentenza definitiva…”.
Innanzitutto questo concetto è tecnicamente errato. Infatti la “presunzione di non colpevolezza” vale solo all’interno del sistema giudiziario e non c’entra nulla con situazioni di altra natura. In secondo luogo va comunque osservato che, anche all’interno del processo penale, la presunzione di non colpevolezza dell’imputato fino a condanna definitiva non ha affatto valore assoluto. Basti pensare alla possibilità di applicare la misura cautelare in carcere anche solo in presenza di un sospetto di responsabilità, sostenuto semplicemente da indizi, sia pure considerati gravi. Quindi, a maggior ragione, il principio di “non colpevolezza fino a condanna definitiva” può benissimo subire limitazioni nell’ambito politico, nel quale, ciò che soprattutto conta, sono  ragioni di opportunità e di immagine.
Questo concetto è troppo evidente perché possiamo pensare che il legislatore della “incandidabilità” lo ignorasse. Infatti la rigorosa applicazione di questo principio riguarda esclusivamente la posizione dei parlamentari. Non vale, invece, in modo altrettanto assoluto, per i membri delle assemblee regionali, provinciali e comunali, per i quali è considerata sufficiente la condanna non definitiva per determinarne almeno la sospensione dalla carica ricoperta. Come dire: in parlamento (la minuscola è d’obbligo) si è più di “bocca buona”: qui ci possono andare e rimanere tutti  i condannati in primo e, addirittura, anche in secondo grado. Nelle Regioni, Province e Comuni, invece, si è più esigenti.
Ma non basta! Non è solo questo a rendere indecente la legge-truffa sulla incandidabilità. Bisogna, infatti, sapere che per i reati di truffa, di falso, di appropriazione indebita, di furto, ecc., anche se aggravati, ossia reati i cui autori non dovrebbero sedere in un Parlamento (con la P maiuscola) è rarissimo il caso che un tribunale “infligga”  una pena superiore ai due anni di reclusione.
A questo punto ce n’è abbastanza per dimostrare  quale sia il mondo morale che ha prodotto questa legge-truffa sulla incandidabilità. Tutto questo sembrerebbe  già aver  toccato il fondo della indecenza legislativa. Invece non è così!
Infatti, occorre chiederci quanto dura questo divieto di candidabilità. Qui il legislatore sembrerebbe avere un sussulto di dignità: il divieto dura sei anni. Tempo che, se anche breve, considerando che una persona autrice di truffe, falsi ecc. , in Parlamento, non ci dovrebbe MAI stare, è pur sempre meglio di niente. Ma qui si nasconde  l’ulteriore inganno. Infatti c’è un articolo che lega la durata del  divieto alla possibilità di ottenere la riabilitazione, la quale  “ripulisce”  il certificato penale di un condannato, cancellando il reato e i suoi effetti e facendolo tornare “illibato”. Ebbene, occorre innanzitutto sapere che  la riabilitazione, salvo casi particolari, viene facilmente concessa ai condannati.  Va aggiunto che mentre fino al  2004, per essere riabilitati, dovevano trascorrere almeno 5 anni di  buona condotta dopo la condanna, il legislatore buonista del 2004 ha ridotto il termine a tre anni; un’inezia!
Poteva mai l’ineffabile legislatore della  “incandidabilità”  inserire una disposizione che dichiarasse inapplicabili gli effetti della riabilitazione ai parlamentari condannati o, per lo meno, una disposizione che, pur facendo salva l’efficacia della riabilitazione, allungasse almeno la durata del tempo necessario per ottenerla? (Come, per esempio, è previsto per i recidivi).
Non sia mai!
Avv. Renato Papa

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