L’incanto di Villa Erba per Luchino Visconti e la storica lezione di vita delle monache

Luchino Visconti

Non sapremo mai quanto le bellezze di Cernobbio abbiano influito a formare e ingigantire il genio di Luchino Visconti, regista teatrale e cinematografico.
Certamente contribuì la signorilità austera di Villa Erba, che in famiglia chiamavano “vila nova” per distinguerla dall’edificio dell’ex monastero cluniacense, trasformato dal generale napoleonico Domenico Pino in residenza aristocratica.
La dimora estiva dei nonni e di mamma Carla era per Luchino la casa degli affetti, degli svaghi in riva al Lago, dei segreti del casino di caccia e del bosco incantato che lo racchiudeva, del bel gioco del teatro, inventato e recitato con i fratelli e le amichette nel salone arredato con gli arazzi e gli scranni del coro delle monache benedettine.
L’edificio dell’ex convento giaceva, abbandonato, al limitare del parco, il luogo che sollevò curiosità infantili e saziò i perché della sua prima giovinezza vivace, allegra, mai banale.
Il piccolo “artista”, affascinato dai racconti medievali, amava recarsi in quel labirinto abitato per secoli dalle religiose per conoscere la loro storia, venuta da lontano, d’oltralpe, dalla Borgogna.
Egli udiva le voci delle monache esprimersi in canti melodiosi, nelle preghiere rivolte al cielo invocanti l’aiuto divino per quella maledetta guerra decennale, combattuta tra Milano e Como (1118-1127), che le rese vittime di brame di potere consegnandole alla storia come precorritrici delle comari di Windsor.
Pergamene menzognere contribuirono a marchiare d’infamia le artefici dello sviluppo di questo angolo di Paradiso in terra.
Già, la storia. Guai ai vinti. E invece si sarebbe dovuto scrivere della loro sopportazione, del loro coraggio di opporsi alle falsità diffuse dai vincitori milanesi.
Alla fine prevalse la loro ragione, oltre un secolo dopo, quando la verità finalmente proclamata non serviva a rendere giustizia dei torti subiti.
A loro spetta il merito di avere educato il popolo di Cernobbio alla libertà della fede, a spingersi sul dolce crinale del monte Bisbino per cogliere i frutti del bosco, a dissodare i terreni rendendoli fertili, alla costruzione dei mulini, all’organizzazione della pesca, a rendere fiorente più di un borgo che aggiunse incanto alla leggiadra bellezza del Lario.
Spaccati di vera storia che esaltarono l’immaginario di chi, ancora bambino, aveva compreso la crudeltà del gioco delle parti, dell’infinita volubilità umana, facendo nascere in lui il desiderio di raccontare la verità, frutto di una rara sensibilità.
La Cernobbio che le monache scelsero per incontrare Dio insegnò a Luchino a guardare la vita con appassionato disincanto, immerso nella bellezza di un luogo la cui immagine egli conservò nel cuore, fino ai suoi ultimi giorni. Mai scordò la “vila nova” e l’ex monastero, oggi Villa Gastel, appartenuto anche alla sorella Ida Pace e al caro fratello Guido, militare, caduto nella Seconda Guerra Mondiale, ad El Alamein.
Giuseppe Salvioni

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