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L’incertezza è l’unica certezza che abbiamo

di Agostino Clerici

«Sì… ma… però». Le prese di posizione sull’andamento della fase due ondeggiano attorno a questa struttura, che del resto conosciamo bene, perché corrisponde a una tendenza che imperversa nel nostro linguaggio anche in tempi di normalità.

Si è molto discusso nel recente week-end – che è stato il primo, dopo tre mesi, in cui è stato possibile esercitare le libertà individuali – sugli eccessi di assembramenti e sul mancato rispetto delle norme di sicurezza che si è verificato in tante città italiane. Alcune scene mostrate dalla televisione sono francamente esagerate. Altre, date le premesse, mi paiono semplicemente inevitabili.

C’è da dire che l’impatto anche solo emotivo qui in Lombardia è diverso che in altre località italiane che sono state solo sfiorate dal Covid-19. Questa difformità andrebbe tenuta in conto, anche se una diversificazione delle norme rischia di creare solo confusione.

Chiudere tutto, mettere il coprifuoco a una certa ora, aprire tutto senza limitazioni d’orario: è partito il solito dibattito fra teste pensanti, con il risultato di disorientare il cittadino medio (e ubbidiente) e di offrire scappatoie al cittadino più esagitato (e insofferente). In un Paese in cui tutti sono commissari tecnici della nazionale, ciascuno forse avrebbe la sua soluzione da proporre, e magari da imporre come quella vincente. Invece no.

La stragrande maggioranza degli italiani, disciplinati per tre mesi, nel momento in cui è uscita dal rigido distanziamento sociale, si comporta come se fosse affetta da una strana sindrome cinese: si aspetta da parte dell’autorità costituita poche regole chiare e ben distinte (come le idee di Cartesio).

E domanda così allo Stato: «Tu dammi le misure del perimetro, poi ci penso io a muovermi dentro il lecito, adattando il mio comportamento ai miei bisogni da una parte e alla responsabilità verso i miei simili dall’altra, a partire dal livello di sicurezza che avverto». Insomma, allo Stato si richiede il tessuto per confezionare ciascuno il suo vestito, su misura per la propria taglia di libertà individuale. Aggiungete l’ardore giovanile, la maggiore abilità a dribblare le regole, magari anche la percezione del Covid-19 come una semplice influenza che non si è nemmeno presa, e la movida è fatta!

Tra le innumerevoli motivazioni con cui scusare l’assembramento notturno, ne ho sentita una, sulla bocca di un giovinotto che sembrava convinto di quello che diceva: «Magari poi il contagio riprende e richiudono tutto. Meglio approfittarne oggi!». Si direbbe una riedizione popolare del famoso adagio di Lorenzo de’ Medici: «Chi vuol esser lieto, sia: di doman non c’è certezza».

O forse è solo una voce dal sen fuggita, che porta in superficie la consapevolezza che il Covid-19 ha prodotto anche in chi non è stato contagiato dal coronavirus: l’incertezza. Non la sopportiamo, noi attori di un mondo tutto aperto e programmabile, e cerchiamo di combatterla a colpi di sapere. Ma Karl Popper – riecheggiando il socratico «sapere di non sapere» – diceva che, tanto più sappiamo, tanto più ci rendiamo conto della nostra ignoranza. Insomma, dobbiamo riconoscere che nel confronto tra sapere e incertezza non c’è storia. Ogni nuovo sapere, infatti, è una ipotesi che aspetta di essere verificata o falsificata. L’incertezza, invece, è l’unica… certezza che abbiamo!

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