L’inferno sulla Terra, prigioniera dell’Isis: il romanzo di Claudia Molteni Ryan

«Fui venduta per ottanta dollari. La contrattazione fu animata. Questa mia esistenza fatta di carne e ossa, occhi grigi e lunghi capelli neri, ma fatta anche di conoscenza, studi, pensieri, sogni, sentimenti, fu valutata ottanta dollari». È l’estate del 2014 e una giovane donna yazida viene venduta al Sabaya Market di Mosul, il mercato delle schiave. È impossibile per noi, donne occidentali, anche solo immaginare di essere chiuse in una stanza, costrette a indossare abiti trasparenti, sfilare davanti a uomini sconosciuti che sghignazzano e fanno commenti per poi essere scelte e comprate, proprio come in una macelleria si decide per un pezzo di carne. Eppure, nel 2014, è accaduto.
La giovane venduta per ottanta dollari si chiama Hana, nome di fantasia che la scrittrice e giornalista Claudia Molteni Ryan ha scelto per raccontare la storia di una sola che si fa simbolo di due generazioni di donne. Nel suo romanzo “Hana la yazida. L’inferno è sulla Terra” (edizioni San Paolo), l’autrice segue la protagonista mentre affida a un file audio i suoi ricordi. I suoi giorni prigioniera di Daesh esplodono come flashback dentro la quotidianità.
Tutto comincia il 3 agosto 2014, quando i guerriglieri dell’Isis attaccano e conquistano Sinjar. Per Hana, giovane infermiera di religione yazida, e come per tutti gli appartenenti alla sua minoranza, è l’inizio di un incubo: il fratello e la madre di Hana vengono uccisi, lei e la sorella minore Wafa vendute come schiave. Dopo aver subito abusi e violenze, Hana riesce a sfuggire al suo aguzzino e a rifugiarsi a Duhok dove riprende il suo lavoro di infermiera in un campo profughi e dove assisterà donne che, come lei, hanno subito stupri e sevizie psicologiche.
Per scrivere questo libro, Claudia Ryan – insegnante di storia dell’arte nel Lecchese, ha frequentato il liceo artistico a Como e la facoltà di Architettura al Politecnico di Milano – ha soggiornato nel Kurdistan iracheno, ha viaggiato e incontrato musulmani, yazidi, cristiani. Ha raccolto innumerevoli testimonianze e immagini.
«Ho capito che dovevo andare nel Kurdistan iracheno e vedere con i miei occhi, ascoltare le persone, guardarle negli occhi. Un amico inglese, manager presso il network di Al Jazeera, mi ha trovato un contatto diretto. E il giornalista del “Corriere della Sera”, Lorenzo Cremonesi, mi ha dato indicazioni preziose. E così, l’anno scorso, gli ultimi giorni di luglio, son partita per l’Irak».
A Duhok Claudia Ryan visita i campi di accoglienza dell’IDP (Internally Displayed Persons) una zona protetta dove si dà ospitalità a gente del posto, in questo caso la minoranza yazida perseguitata dall’Isis.
«Sono arrivata quando Mosul e Sinjar erano ancora nelle mani dell’Isis – racconta Claudia Ryan – si combatteva a 40 chilometri da lì, ma ci sentivamo sicuri perché il confine era pattugliato dai peshmerga curdi. Ho cominciato a raccogliere testimonianze; ho provato emozioni sconvolgenti ascoltando donne giovani e non più giovani raccontare episodi a volte insostenibili…».
Quale vita ora per quelle donne?
«Per le giovani è più facile perché la comunità yazida fa di tutto per accoglierle e farle sentire amate e protette. Anche se la verginità nella cultura yazida è un aspetto molto importante, le ragazze stuprate non vengono scacciate o emarginate, anzi, a Lalish, la loro città sacra, partecipano a cerimonie in cui vengono abbracciate dalla loro comunità. La vita continua e molte si sposano. Per le meno giovani, invece, vedove o che hanno perso i figli, è molto più difficile. Si ritrovano sole. È un dolore che non si cancellerà mai».
Katia Trinca Colonel

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