L’intelligence: “Via Pino sotto controllo”

Il centro islamico di via Pino

Il centro islamico di via Domenico Pino è ancora nel mirino degli 007 italiani, che lo giudicano centro di culto musulmano in grado potenzialmente di influenzare la rinascita – sul territorio lariano – dell’Islam radicale. La notizia è contenuta in una relazione riservata che i vertici dell’intelligence, nei giorni scorsi, hanno inviato al governo e al Parlamento attraverso il Copasir, il comitato di controllo delle attività dei servizi di sicurezza. La relazione è tuttora coperta da segreto ma qualche indiscrezione sui contenuti è filtrata nei giorni scorsi ed è stata ripresa dalle colonne della Repubblica.
Lo stesso giornale romano, alcune settimane fa, aveva anche dato conto di un’informativa riguardante i cosiddetti foreign fighters, i cittadini italiani o residenti in Italia che hanno lasciato il nostro Paese per combattere nelle terre oggi assoggettate al Califfato.
Tra questi “combattenti” della jihad europea, almeno due sarebbero residenti o avrebbero vissuto in provincia di Como (ma in realtà, il loro numero è probabilmente maggiore).
Nella relazione dell’intelligence al Copasir, stando almeno a quanto riportato dalle fonti giornalistiche citate, viene ribadito come alcune moschee lombarde siano tenute costantemente sotto controllo.
I servizi ritengono infatti che dietro ad alcuni centri culturali islamici vi siano non soltanto le classiche moschee-scantinato ma anche luoghi di propaganda e di proselitismo jihadista e cattivi maestri in grado di promuovere sul territorio l’Islam radicale.
Nella relazione dell’intelligence verrebbero quindi indicate in modo specifico alcune moschee di orientamento salafita e, in particolare, l’istituto culturale islamico di Milano di viale Jenner con il circuito ad esso collegato di scuole coraniche e luoghi di raduno: via Quaranta a Milano, la moschea di via Giusti a Varese e, appunto, il centro di via Domenico Pino, in passato al centro di numerosi controlli e di altrettante polemiche. Ai margini di questi centri di preghiera e di formazione religiosa, sostengono i servizi italiani, si sono radicate «nicchie di oltranzismo ideologico-religioso sensibili alla propaganda dell’Isis», l’esercito del Califfato diventato tristemente famoso per gli atti di barbarie compiuti ai danni di civili e militari.
Interessante, nel documento consegnato al Parlamento, anche la parte relativa alle nuove forme di comunicazione e di propaganda utilizzate dai predicatori del terrore. La «retorica salafita-jihadista» riesce a fare breccia soprattutto tra i più giovani, il cui «coinvolgimento emotivo», dicono i servizi segreti, appare sicuramente in crescita.
Le strutture di intelligence di tutta Europa, peraltro, tengono sotto costante monitoraggio ormai da tempo decine e decine di siti Internet e pagine di social network su cui trovano spazio le farneticazioni dei seguaci del Califfato. E a proposito dei presunti foreign fighters comaschi, c’è da registrare l’interpellanza rivolta al ministro dell’Interno dal deputato canturino Nicola Molteni e relativa alle attività di Antar Chadad, un cittadino siriano tornato di recente a Erba dopo aver combattuto nel libero esercito che contrasta il regime di Assad. Il parlamentare leghista, anche sulla base di quanto accaduto di recente a Parigi, chiede ad Angelino Alfano «che cosa si sappia attualmente» di questa persona e «se, in particolare, si trovi attualmente in provincia di Como e sia adeguatamente monitorato dalle forze di polizia».

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