«Io, cacciato da Gheddafi e innamorato della Libia»

Giacomo Campagna abita a Capiago. Ha vissuto a Tripoli per 36 anni
«Il giovane capitano Gheddafi veniva tutti i giorni a bere il caffè nell’ufficio dove lavoravo a Tripoli. Il mio capo era riservatamente favorevole alla repubblica e quell’ufficio era un punto di ritrovo. Il futuro rais arrivava verso le 18-18.30 assieme ad altri ufficiali. Il caffè glielo portavo io…». Giacomo Campagna, 78 anni ben portati, accenna così, en-passant, a un certo punto della nostra lunga chiacchierata, all’uomo che ha cambiato in peggio la vita di 20mila italiani e anche

la sua.
È tra i connazionali che dovettero lasciare la Libia dopo il golpe. Nativo di Caltagirone («La città che diede i natali a don Sturzo e a Scelba, ministro dell’Interno e capo del governo», tiene a ricordare), sposato e padre di tre figli, vive a Capiago Intimiano e lavora a Cantù come consulente della “Silik Mobili”, dopo una vita da export manager.
Elegante e spigliato, ha nitidi ricordi del passato. Rammenta con naturalezza nomi di arabi con i quali ha avuto a che fare. Parla e fuma una sigaretta dopo l’altra. Impugna una penna e traccia schematicamente su un bloc-notes i termini essenziali di alcune situazioni che racconta.
Di tutto ciò che è Libia ha ampia documentazione fin dal 1967. Mostra con un pizzico di nostalgia le fotografie della casa dove abitava assieme alla famiglia nell’attuale centralissima piazza Verde di Tripoli.
Il suo rammarico è l’approssimazione di chi non chiama le persone con il loro nome: «Si figuri, confondono la Libia con il Libano. Mi chiamano “il libanese”…».
Signor Campagna, perché era in Libia?
«Mio padre aveva un’azienda di trasporti. Era andato in Eritrea. Poi, nel 1934, un amico gli disse: “Vieni in Libia. Gli affari oggi si fanno qui”. Io avevo un anno. Ci trasferimmo e rimasi lì fino a quel fatidico 1970. In Libia nacquero anche i miei due fratelli e una sorella. Mi sposai nella cattedrale di Tripoli. Là nacquero anche due dei miei tre figli. Per mantenermi agli studi lavorai come telefonista nella caserma Bab al-Azizia, dove oggi Gheddafi ha la sua tenda. Poi feci il cassiere all’American Express, quindi la guida turistica, infine il rappresentante di grandi gruppi per pavimentazioni e moquette».
Come avvenne il suo allontanamento?
«Le sembrerà singolare, ma seppi quanto stava accadendo mentre mi trovavo proprio qui, a Cantù. Ero rientrato per ordinare 80mila metri quadrati di gomma Pirelli e 70mila di pavimento in vinile amianto. Avevo l’appalto per 14 ospedali in Libia. Mi portarono un caffè e il “Corriere della Sera”, che in prima pagina parlava di rimpatrio forzoso degli italiani e confisca dei loro beni. Cercai di saperne di più. Andai a Roma, al ministero degli Esteri».
Poi cosa avvenne?
«Tornai a Tripli il 30 luglio 1970. Andai subito nel mio magazzino e mi procurai una documentazione fotografica e filmata di tutto quanto avevo. L’indomani presi il numero per mettermi in fila e consegnare tutto all’Ufficio dei beni nemici: licenza commerciale, chiavi di tutte le proprietà, comprese le automobili, numero di conto corrente bancario. Il tutto in coda, dalle 3.30 del mattino, per ore e ore, sotto un caldo pazzesco, nel padiglione della Fiera di Tripoli dove, per umiliarci, erano esposti enormi pannelli con le immagini delle angherie commesse da soldati italiani durante la guerra e l’occupazione del Paese. Molti cittadini libici andarono in vacanza per non restare coinvolti in questa fase, per non dover rispondere di eventuali aiuti dati a noi profughi».
Come fu il suo ultimo giorno a Tripoli?
«Diedi a un amico impresario di Misurata i miei mobili di casa. Prese una libreria, alcune poltrone, quanto riuscì a trasportare. Poi dissi a mia moglie di vestire i bambini che avevano 1 e 5 anni. Uno di loro era disabile al cento per cento. Chiamai un taxi e feci fare la strada più lunga che conduceva all’aeroporto. Volevo vedere per l’ultima volta la villa del re, che avevo fornito di moquette rossa. Eravamo in 13 della nostra famiglia, comprendendo i miei fratelli e i loro congiunti, e mia suocera. Al terminal ci spogliarono di tutto, vere nuziali incluse e, come vede, io non ce l’ho più. Era il 7 settembre 1970».
Il viaggio di ritorno come fu?
«Una volta a bordo del’aereo mi veniva da piangere guardando Tripoli dall’oblò. Ma fu una liberazione. Avevamo vissuto 67 giorni di coprifuoco, con la possibilità di uscire di casa soltanto per un’ora al giorno, ogni volta in un orario diverso».
Quali ricordi ha?
«Belli. Nella comunità italiana ci conoscevamo quasi tutti. Con gli arabi andavamo d’accordo. Io ero personalmente amico del governatore di Tripoli con il quale facevo lunghe passeggiate sul lungomare, suscitando tra l’altro qualche invidia…».
Come fu per lei ricominciare in Italia?
«Avevo acquisito una certa esperienza in diversi campi ed entro breve ebbi offerte alla “Pirelli” e poi alla “Linoleum Due Palme” con sede a Cantù. Dall’81 ho lavorato per la “Silik”. Furono brutti i primi giorni. Al nostro arrivo a Roma la nostra bambina piccola quasi moriva di fame, ma nella pensione dove ci alloggiarono non ci fecero nemmeno scaldare il latte. Poi ci mandarono a Pianoro, vicino a Bologna, dandoci la tessera per l’iscrizione nell’elenco dei poveri. E pensare che in Libia avevo lasciato un patrimonio valutabile un miliardo e mezzo di lire».
Non è mai tornato là?
«E come no? Lo feci già pochi mesi dopo il rimpatrio per commesse che riguardavano lavori negli aeroporti di Tripoli e Bengasi. Soffrivo di “mal d’Africa”. E dal 1981 in poi si può dire che feci la spola tra Italia e Libia un paio di volte all’anno».
Perché ha deciso di far parte dell’Airl, l’Associazione italiani rimpatriati dalla Libia?
«È un modo per restare in contatto. L’Airl nacque da un tripolino ex paracadutista della Folgore. Io fui uno dei primi ad aderire».
Come ha vissuto, da osservatore, questi quarant’anni di Gheddafi al potere?
«Dico che è stato molto abile a creare una piramide sociale, foraggiando tutti. La sua vera forza è stata quella di dar vita a una rete di corruzione colossale. Così ha creato una quantità di fedeli alla sua causa».
Come pensa che finirà la crisi libica?
«Mah… Guardi, sarà dura perché scatterà un grande sentimento di vendetta. Litigheranno tra loro. Mi attendo una guerra civile. Ci saranno “ammazzatine” e anche brutte. Gheddafi potrebbe fare la fine di Saddam Hussein, ma a modo suo, perché vuole salvare la faccia».

Marco Guggiari

Nella foto:
L’uscita dalla messa di domenica dalla cattedrale di Tripoli dove si è sposato Giacomo Campagna

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