«Io, come Alfredo in “Nuovo Cinema Paradiso”»

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Dietro le quinte con le pellicole
Storia del comasco Francesco Gelati, da 45 anni proiezionista nella cabina dell’Astra

C’è la magìa dei film vissuta dietro le quinte, facendo lo stesso mestiere di Alfredo, il proiezionista di Nuovo Cinema Paradiso, capolavoro di Giuseppe Tornatore premiato nel 1989 con il Golden Globe, ultimo italiano a ricevere questo riconoscimento fino al successo di Paolo Sorrentino, ieri, con La grande bellezza.
È la storia di Francesco Gelati, comasco 63enne, una vita nella cabina dell’Astra di viale Giulio Cesare, una delle due sale tuttora aperte in città. Lì, da 45 anni, tra

“pizze” e bobine da montare e smontare, proiettori, controllo della qualità visiva e acustica, ha maturato un’esperienza senza eguali. Per lui si può ben dire che la settima arte non ha davvero segreti.
Signor Gelati, com’è nata in lei questa passione?
«Un po’ per caso. Era il 1968 e io avevo diciotto anni. Facevo l’apprendista in una fabbrica di macchine tessili. Conoscevo don Giuseppe Fossati, studioso di cinema e fondatore del Cineforum di Como. Mi fece fare un po’ di pratica al vecchio “Volta” di via Dante, al sabato e alla domenica. Poi, il 30 novembre di quello stesso anno, quando aprì l’Astra, mi prese in pianta stabile qui».
Ha avuto un maestro?
«A parte don Fossati, ricordo i proiezionisti che mi hanno insegnato il mestiere: Alberto Bianchi e Giuseppe Galli. Tutti mi facevano presente che questo lavoro comporta sacrifici, per esempio lavorare di sabato e di domenica? La cosa non mi spaventava e, anche se mia madre non era d’accordo, decisi di provare. Diedi gli esami, ebbi il mio “patentino” ed eccomi qui. Il consiglio prevalente riguardava la sicurezza del pubblico, di cui il proiezionista era responsabile».
Qual è la vera magìa di questo lavoro?
«La soddisfazione di fare vedere qualcosa al pubblico. In cabina non si apprezza il film, coperto com’è dal rumore dei proiettori, ma si è consapevoli di offrire ad altri un servizio».
Quanti film ha visto per via del suo lavoro?
«Migliaia. Ho tre quaderni scritti fittamente con i titoli di tutti i film che ho proiettato».
Ce n’è uno, in particolare, in cima alle sue preferenze?
«Tanti. Io preferisco i film spettacolari. Tra questi, in ordine sparso e di epoche diverse Ben Hur, Spartacus, I 10 comandamenti, Il Dottor Zivago, Jesus Christ Superstar, Nuovo Cinema Paradiso – di cui ho acquistato anche la videocassetta – Titanic».
Come si sta nella cabina di proiezione?
«Si è un po’ reclusi. Si sta da soli, è una condizione alla quale ci si deve abituare. Io, personalmente, amo la solitudine. Adesso, con la tecnologia digitale, si è in due a rotazione. Da poco tempo non ci sono più le “pizze” con le pellicole. Il film arriva in un file criptato che viene attivato mediante il caricamento di una chiave software, la “Kdm” (Key Delivery Message, ndr). E quando scade la “Kdm”, il film non si può più proiettare».
Cosa pensa nelle ore in cui proietta un film?
«Si può leggere, si possono risolvere le parole crociate. Don Fossati mi chiedeva di occupare quel tempo raccogliendo le critiche cinematografiche pubblicate sui giornali nelle pagine degli spettacoli. Le incollavo su cartoncini».
E quando la pellicola si spezzava? Qualche volta sarà accaduto?
«Eh sì, il film era interrotto, la proiezione sospesa. Capitava che qualcuno protestasse, come se fosse colpa del proiezionista. Si interveniva, tirando giù un paio di metri di pellicola e sottraendo, di fatto, un pezzetto di film. Poi, alla fine, si faceva la giuntura. Succedeva con le seconde visioni, quindi con pellicole già usurate».
Ricorda, immagino tra i tanti, un aneddoto particolare…
«La pellicola di Ben Hur era rovinata. Ricordo che scesi per telefonare al nostro programmista e, intanto, mandai un collega in cabina. Il fatto è che la pellicola, nel frattempo, si ruppe. Il collega non fermò il proiettore e quando risalii trovai una montagna di celluloide per terra?».
Com’è cambiato il cinema da quando lei ha iniziato questo lavoro a oggi?
«Dal punto di vista tecnologico, con l’avvento del sistema digitale, ha fatto passi da gigante. Sotto il profilo del pubblico, invece, com’è noto, abbiamo assistito a un vero spopolamento. Un tempo le sale erano colme di spettatori, tutti i sabati e le domeniche. All’Astra si staccavano quattrocento biglietti per ogni proiezione. Oggi, quando si arriva a cento, è già un successo. Il cinema era un rito; chi ci va ancora oggi, lo ama davvero…».
Pensa che il cinema nelle sale abbia un futuro, nonostante l’offerta che arriva direttamente nelle case?
«Potrebbe esserci un futuro se la gente tornasse al cinema. La vera sfida delle sale cinematografiche è sostenere i costi. Nel 2014 il nostro Cineforum, proposto dall’Ente Diocesano Cinema, compie sessant’anni ed è un’iniziativa decisiva per reggere l’impatto con i tempi».

Marco Guggiari

Nella foto:
Sopra, la pellicola di celluloide andata in pensione l’anno scorso a vantaggio dei supporti digitali. A destra, un’immagine tratta dal film muto “Calma, signori miei!” (1924), diretto e interpretato da Buster Keaton e dedicato al proiezionista di un cinema che sogna di diventare detective

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