Cronaca

«Io con la mafia non c’entro nulla»

Lettera in redazione
L’avvocato lariano Vincenzo Minasi parla del processo che lo vede coinvolto
A poche ore dall’inizio del processo che lo vede coinvolto, con la pesante accusa di concorso esterno al clan di ’ndrangheta dei Valle-Lampada, l’avvocato Vincenzo Minasi decide di parlare e di dire la propria verità. E lo fa con una lettera inviata in redazione al “Corriere di Como”. Una missiva di due pagine, in cui il legale con studio in via Varesina e casa a Fino Mornasco – dove secondo la Dda sarebbero avvenuti summit di mafia – ripercorre la vicenda dichiarando «l’assoluta e completa
estraneità o vicinanza alla mafia in ogni suo aspetto» e ritenendo di aver dato «esclusivamente pareri legali a clienti che non ritenevo in alcun modo vicini ad ambienti mafiosi».
LE CONTESTAZIONI
Partiamo dall’inizio. Secondo i pm che firmarono le 810 pagine dell’ordinanza che portò in cella l’avvocato a inizio dicembre del 2011, il legale avrebbe aiutato in vario modo gli affari del clan Valle-Lampada. Attività che erano volte a «favorire l’associazione» ed erano svolte utilizzando linguaggi in codice. Un aiuto che, sempre secondo la tesi accusatoria, andava al di là del rapporto tra legale e assistiti. «Era un consigliere a disposizione degli associati – scrivono i magistrati – Una presenza totalizzante. Quando un difensore raccoglie notizie coperte da segreto, le divulga tra gli associati, predispone strategie di occultamento del patrimonio, si intesta beni degli associati, va ampiamente oltre il mandato difensivo». Una posizione, quella dei pm milanesi, che ha portato l’avvocato Minasi prima in cella e poi in aula. Appuntamento fissato – con il rito Abbreviato – per il prossimo 30 maggio. E qui, a sorpresa, il legale e il suo collega che l’assiste (l’avvocato Roberto Rallo) hanno optato per una scelta insolita: quella delle porte aperte. Ed è lo stesso Minasi a motivarla: «Sono accusato di concorso esterno nella presunta associazione e la scelta di avvalermi del rito Abbreviato non è stata fatta per ottenere riduzioni di pena, come si potrebbe credere, ma volta a far sì che il giudice abbia tutte le carte dell’inchiesta a disposizione, per poter decidere nella maggiore completezza possibile».
«Perché la completezza e la trasparenza nel mio processo siano le più ampie – prosegue l’avvocato – ho chiesto che l’udienza, come noto solitamente a porte chiuse nel rito abbreviato, sia invece resa pubblica. Spero che il giudice accolga la mia richiesta. In questo modo sarà possibile per tutti attingere al materiale che attiene alle diverse tesi processuali e accrescere di conseguenza gli elementi dell’informazione».
«NON C’ENTRO CON LA MAFIA»
«Ho atteso l’inizio del mio processo per parlarne pubblicamente, poiché ritenevo che farlo prima avrebbe potuto interferire con le indagini». Inizia così la lettera dell’avvocato Minasi giunta in redazione. «Tengo subito a precisare la mia assoluta e completa estraneità o vicinanza alla mafia in ogni suo aspetto e vorrei sottolineare l’importanza del mio processo nel suo aspetto generale, in quanto rappresenta e rappresenterà un giudizio sui poteri e sulle garanzie che un avvocato ha o dovrebbe avere nell’esercizio delle sue funzioni». Tra le accuse della Dda c’è anche quella di aver aiutato i Valle-Lampada, mettendoli in contatto con un professionista di Lugano, a creare società all’estero su cui far poi transitare i soldi della cosca.
Ma anche su questo punto la replica dell’avvocato con studio in via Varesina è perentoria: «Posso affermare, senza paura di essere smentito, che nessun consiglio o parere legale dato nell’esercizio delle mie funzioni si è concretizzato in atti specifici e meno che mai in atti costituenti reato. A cominciare dalle presunte società che avrei costituito all’estero e di cui si è fatto un gran parlare: è stato merito delle indagini dimostrare, finalmente, che non ho mai direttamente avuto o costituito società fuori dai confini nazionali». Secondo Minasi, insomma, la sua colpa è solo quella di «aver presentato clienti in alcune occasioni al notaio Borrelli di Lugano». Questa sarebbe stata «la mia unica attività e i rapporti diretti che costui intratteneva con i propri clienti certamente non erano da me conosciuti».
LE INTERCETTAZIONI
Minasi parla anche delle intercettazioni telefoniche presenti in grande quantità nelle ordinanze che l’hanno visto protagonista. «Durante tutti questi anni in cui sono stato intercettato, mai una sola volta ho proferito offese, o mi sono lamentato dell’operato delle forze dell’ordine – tiene a precisare l’avvocato – per le quali, ho sempre speso, con tutti i miei clienti, parole di encomio». E come avviene proprio nelle ordinanze, Minasi cita un riferimento specifico, «l’intercettazione del 5.7.2010», quando parlando con Giulio Lampada «lo rimproverai per le sue frequentazioni e, sollecitandolo a recarsi in Procura per chiarire la sua posizione, affermavo tutta la mia solidarietà alla dottoressa Ilda Boccassini ed ai suoi sostituti che combattevano la “piovra” mafiosa».
«NON HO COMMESSO REATI»
«Non ho fatto niente se non aver dato pareri e consigli che competono all’avvocato nel regolare e legale svolgimento della sua professione», è la conclusione della lettera. «E colgo anche l’occasione per dichiarare pubblicamente il mio amore per la nostra città e la mia assoluta avversione per la mafia in tutte le sue manifestazioni. Ovviamente, non è compito mio stabilire se ci fosse o non ci fosse un’organizzazione che avesse o meno le caratteristiche della mafiosità. Il mio esclusivo interesse è quello di dimostrare che non ho commesso agevolazioni di nessun tipo e che ho dato esclusivamente pareri legali a dei clienti».

Mauro Peverelli

Nella foto:
La targa dello studio dell’avvocato Minasi a Como. Mercoledì prossimo a Milano si terrà l’udienza con il rito Abbreviato che lo vede coinvolto con l’accusa di concorso esterno con la ’ndrangheta
26 maggio 2012

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