Max Papis: «Io, emigrante per realizzare i miei sogni»

Il pilota automobilistico Max Papis
Lui l’America l’ha trovata davvero in… America, appunto. Max Papis, classe 1969, pilota automobilistico, dopo aver tentato di correre in Formula 1 (sette gran premi nel 1995), nel momento in cui ha capito che in Italia e in Europa non c’erano troppi sbocchi non ha avuto esitazioni e se ne è andato oltreoceano. E là è diventato un personaggio acclamato dalle folle.
Del resto il suo curriculum statunitense parla chiaro: vittorie in Formula Cart (l’equivalente della Formula 1), successo
alla prestigiosa “24 ore di Daytona” e affermazioni nel campionato Gran Am. Ciliegina sulla torta, la partecipazione alle gare Nascar, la categoria più amata dagli americani, primo italiano a raggiungere questo exploit.
Negli Stati Uniti Max ha anche messo su famiglia, sposandosi con Tatiana Fittipaldi, figlia dell’indimenticato campione di F1 brasiliano.
Ma rimane un rimpianto. «Ho fatto fortuna in America – ha sempre spiegato il pilota lariano – anche se mi rimane il dispiacere di essere arrivato fino qui per mostrare quanto valevo. Ovvio che mi sarebbe piaciuto ottenere importanti risultati a casa mia. Ma io rimango orgogliosamente italiano e quando salgo sul podio non dimentico mai la bandiera del mio Paese».
Oltre che Fittipaldi, negli Usa Papis ha avuto modo di conoscere e diventare amico di altri grandi personaggi dell’automobilismo, come Mario Andretti. Il campione del mondo di F1 1978 ha detto al “Corriere di Como”: «Max Papis? È un ragazzo molto simpatico e un pilota completo che conosce ogni tipo di circuito e di vettura: è forte sugli ovali, su strada, al volante delle monoposto e della categoria Sport».
Per quanto riguarda le differenze tra l’impostazione dell’automobilismo sportivo europeo e statunitense Max ha specificato: «Diciamo che da voi il business prevale rispetto all’aspetto sportivo: qui, nelle corse Nascar, domina la parte sportiva. Il mio stipendio, la possibilità di accendere il motore, me la danno i 200mila spettatori che seguono ciascuna delle 36 gare all’anno. Noi siamo in pista per fare uno spettacolo con auto da corsa: il pubblico può stringere la mano ai piloti, vedere da vicino le macchine. Ed è questo il motivo per cui ho iniziato a correre: se a 12 anni non avessi visto Ayrton Senna ai box lavorare sotto la monoposto, non avrei mai cominciato. In America un bambino può ancora sognare di diventare un pilota professionista. In Europa è sempre più difficile».

Massimo Moscardi

Nella foto:
Max Papis, qualche anno fa, con una avvenente fan americana

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