«Io nella casa della strage senza essere un eroe»

Como 11 gennaio 2010, Glauco BartesaghiParla il vigile del fuoco volontario Glauco Bartesaghi intervenuto per primo
Sorprende la naturalezza con cui parla dell’intervento che l’ha reso famoso. Per lui è stato uno tra i tanti, solo dall’esito purtroppo tragico e causato da mano omicida. Interpellato se quella sera di tre anni fa gli abbia cambiato la vita, nega pacatamente, ma convinto. Poi, in risposta allo stupore che immagina nell’interlocutore, quasi per giustificarsi spiega: «Sa, probabilmente uno riesce a fare il vigile del fuoco proprio perché non è emotivo».
Glauco Bartesaghi, 44 anni, sposato e senza figli, è il pompiere entrato per primo nella “casa del ghiaccio”, la palazzina dove l’11 dicembre 2006 si è compiuta la strage di Erba.
Un vicino, l’aveva avvisato che da un edificio della corte di via Diaz usciva fumo. Bartesaghi, vigile del fuoco volontario, come il padre – che ha onorato la divisa per 37 anni – e come il fratello 46enne, abita lì, a meno di cinquanta metri. Non era in servizio, ma il suo mestiere è di quelli dai quali non si stacca mai. Altrimenti, che missione sarebbe? Così, vestito com’era, in borghese, percorse i pochi passi che lo separavano dal luogo della mattanza e varcò il portone. Erano le 20.20 ed era ancora ignaro di cos’avrebbe trovato. Seguendo la procedura si era nel frattempo premurato di far allertare dalla moglie la centrale operativa di Como con le coordinate generiche di “incendio in abitazione”.
Glauco Bartesaghi avrebbe potuto imbattersi in situazioni già viste, dal classico pentolino andato in fiamme, al rogo di un sottotetto. Ecco invece il suo racconto: «Salite le scale, ho trovato Mario Frigerio (il solo che sopravviverà alla strage, ndr) sul limite della porta di casa Castagna. L’ho trascinato fuori, dove c’era meno fumo. Poi ho trovato Raffaella… Sentivo le invocazioni d’aiuto della moglie di Frigerio (Valeria Cherubini, ndr) al piano di sopra, ma non sono riuscito a salire… Sapevo che ci doveva essere anche Youssef, il bambino di Raffaella… Ho chiesto estintori, ma erano piccoli, da automobile. Ho richiamato mia moglie che faceva da ponte con il comando. Ho atteso l’arrivo della squadra del personale di Erba… Sono arrivate sei squadre: due da Como e altrettante da Erba e da Canzo».
Capì subito di che cosa in realtà si trattava?
«Subito no. Dopo qualche minuto, però, mi fu chiaro. Dopo aver spostato Frigerio e anche Raffaella mi accorsi di avere le mani completamente sporche di sangue… Raffaella aveva segni di ferite alla testa. Mi resi conto che era morta. In passato mi era accaduto di intervenire in una casa dov’era avvenuto un omicidio-suicidio. Capii e nell’ultima telefonata a mia moglie chiesi che allertassero anche un’ambulanza e i carabinieri».
Trovò lei Youssef, il bambino?
«No. Lo trovarono i colleghi intervenuti nel frattempo e trovarono anche la signora Paola Galli, mamma di Raffaella».
Conosceva le vittime?
«Conoscevo Raffaella fin da ragazzina e, molto bene, la famiglia Castagna. Avevo invece rapporti di vicinato con i signori Frigerio».
E Mario Frigerio? Lei capì che era vivo e che si poteva salvare?
«Sì, perchè nonostante le sue condizioni, riusciva ad alzare un braccio e ad indicare con un dito il piano di sopra, dove c’era la moglie. L’ho spostato da dove si trovava perché potesse respirare».
Questione di minuti, probabilmente, e il pesantissimo bilancio della strage sarebbe stato ancora più gravoso. Senza Bartesaghi, forse, Mario Frigerio non ce l’avrebbe fatta. Invece è vivo, pur nel suo immenso dolore. E accusa Olindo Romano, condannato in primo grado all’ergastolo per il decisivo racconto del supertestimone come autore materiale della strage insieme con la moglie Rosa Bazzi.
Bartesaghi si schernisce. Accredita la tesi di cui si è dato conto in passato, secondo cui Frigerio è stato aiutato in modo decisivo a sopravvivere da una “provvidenziale” malformazione congenita, che avrebbe impedito ai fendenti subiti di avere su di lui esito letale. «Se non fosse stato per l’intervento fulmineo di Bartesaghi – dice però il funzionario Francesco D’Angelo del comando provinciale, che assiste al nostro colloquio – le esalazioni tossiche avrebbero probabilmente avuto il sopravvento».
Vi siete mai visti e parlati lei e Mario Frigerio, dopo che è tornato alla vita?
«No. La famiglia Frigerio ha però scritto una bella lettera di ringraziamento a tutti coloro che sono intervenuti nei soccorsi quella sera, una lettera poi pubblicata dai giornali».
Questa è la drammatica esperienza vissuta in prima persona da un vigile del fuoco volontario e figlio d’arte. Un uomo che fin da bambino sognava di fare il pompiere. Frequentava la caserma dov’era impegnato il padre, era affascinato dai camion di colore rosso; sentiva suonare la sirena che dal campanile di piazza Mercato, a Erba, avvisava i volontari di un’emergenza.
La nostra chiacchierata, in linea con i desideri di una persona che si può tranquillamente definire “antipersonaggio”, affronta anche il tema dei volontari. Perchè il corpo nazionale dei vigili del fuoco si divide in personale permanente e volontario. Tutti fanno capo a una centrale operativa provinciale. Sul Lario ci sono vigili permanenti a Como, a Menaggio, misti invece a Cantù, e solo volontari nei distaccamenti di Appiano Gentile, Canzo, Dongo, Erba, Lomazzo, San Fedele Intelvi. La speranza è di aprirne un altro, proprio quest’anno, a Uggiate Trevano.
Il personale permanente frequenta un corso di formazione di sei mesi e segue un addestramento costante all’interno della sede di servizio. Il vigile del fuoco volontario diventa tale dopo 120 ore di corso, ha l’obbligo di un distaccamento mensile di cinque ore al mese e di ulteriori corsi periodici. Non è pagato dall’amministrazione statale; ha una propria attività ed è retribuito per le sole ore di servizio, giacché il datore di lavoro ha nei suoi confronti il solo obbligo di conservargli il posto.
Bartesaghi è ragioniere e imprenditore nell’azienda di famiglia che lavora e commercia legname. Come tutti i pompieri del distaccamento di Erba, di notte è sempre reperibile e dalle 20 alle 24 entra nel giro di turnazione degli autisti. Chi è allertato dal “cercapersone” deve presentarsi, pronto a intervenire, entro tre-cinque minuti. Naturalmente, ogni azione è coordinata dal comando provinciale, che smista le chiamate e fornisce le disposizioni per ogni uscita.
In tutta Italia i volontari, di cui Glauco Bartesaghi è presidente per le province di Como e Lecco, sono 6mila, anche se questa realtà è poco nota ai non addetti ai lavori. E in regioni autonome quali Val d’Aosta e Trentino Alto Adige, il personale permanente è presente solo nei capoluoghi.
In quelle realtà i volontari sono ben più numerosi che in tutto il resto del Paese: in provincia di Bolzano addirittura 12mila: ogni paese ha la propria caserma.
Per non dire cosa avviene all’estero: in Germania il personale volontario assomma a un milione e 100mila unità.
Bartesaghi eroe nell’immaginario collettivo? «No – ribadisce convinto – A meno che s’intenda eroe come i vigili del fuoco di tutto il mondo, ogni giorno, in tante piccole e grandi cose. Le racconto un episodio: in occasione dell’alluvione del 2000, quando il Lambro tracimò a Merone, intervenni assieme ad altri colleghi. Portai sulle spalle un’anziana donna, la cui casa, al primo piano, era assediata dalle acque. Due anni dopo mi vide, mi riconobbe e disse: “Lei mi ha salvato”. Ma io non ho salvato nessuno. Però queste sono le cose che riempiono di gioia».
C’è tempo per un’ultima domanda: da quella sera è cambiato qualcosa nella vita di Glauco Bartesaghi?
La risposta è in linea con lo stile dell’uomo: «Direi di no. Tutti, come cittadini, siamo giustamente colpiti da quella tragedia. Ma per chi interviene è esattamente come avviene quando si è inviati per un’altra emergenza, magari un incidente stradale mortale».

Nella foto:
Un’espressione del vigile del fuoco volontario Glauco Bartesaghi durante l’intervista

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